Nuovo spot Chicco: un calcio di rigore sbagliato

Nuovo spot Chicco: un calcio di rigore sbagliato

A me piacciono i rossetti, assai.

Ne ho in diverse tonalità di fucsia, un paio color mattone, uno persino nero. I miei preferiti sono i rouge, e credo di averne della stessa, identica sfumatura ma di diverse marche.

Detto questo, non sono certa mi stiano benissimo: l’altro giorno ho indossato un lipstick rosso rossissimo per andare a lavoro e un frequentatore saltuario della nostra sede ha pensato di aver improvvisamente scoperto la verità su di me.

Ossia, che sono una trans (spoiler: no).

Il mio look è abbastanza riconoscibile: lunghi capelli ricci, linee pulite, scarpe un po’originali, trucco leggero: il rossetto rosso non fa parte della mia brand identity,  e quando lo indosso risulto meno “me”.

Che cosa intendiamo per Brand Identity? Fondalmente, quello che rende riconoscibile e “identificabile” un marchio: l’uso di determinati colori, il font adoperato, ma anche la scala di valori che tradizionalmente gli attribuiamo.

Un esempio molto chiaro per tutti noi è quello della Coca Cola: ci fa pensare al rosso, ad un carattere corsivo inconfondibile, ad allegre scampagnate in compagnia.

Chiudete gli occhi: sentirete il suono della bevanda che frizza, vedrete ragazzi che ridono, forse vi tornerà in mente questa canzone. Chi ha creato la Brand Identity della Coca Cola, sentite a me, merita i soldi che ha.

Ora pensiamo alla Chicco: sfondo blu, font teneramente agé, un tocco rosso a vivacizzare un effetto altrimenti troppo “marinaro“.

Quando penso a Chicco penso a dei bambini. Tanti bambini, tutti biondi e bellissimi. Biondi, bellissimi e nel pieno delle loro attività di gioco. Non è casuale che molti di noi colleghino la parola “Chicco” al celeberrimo payoff  “Chicco, dove c’è un bambino“.

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Ovviamente, ci sono delle eccezioni. Sì, io e il grafico della Lorenzin abbiamo studiato alla stessa scuola

Non esistono adulti nel mondo Chicco, al massimo qualche mamma che accarezza amorosamente la zazzera di un pupetto attivamente impegnato ad annientare ogni capacità mentale dei suoi conviventi con quei cazzo di giochini sonori. 

Quindi adesso mi spiegate: che cosa è questo?

La Chicco ha deciso di cavalcare la delusione degli italiani che quest’anno non avranno il loro mondiale prendendoli per quello che è loro più caro dopo il calcio: i loro attributi sessuali. Accoppiamenti da tergo, cavallerizze sul tavolo del salotto buono, atti osceni in luogo pubblico in quello che apparebbe un posto deputato a cerimonie: i buoni italiani che non potranno seguire i loro eroi mentre rincorrono un pallone potranno consolarsi con le loro gesta erotiche.  E tutto questo perché?

Perché l’Italia ha bisogno di bambini. 

Fino all’ultimo ho sperato in una svolta satirica, e che tutte queste gravidanze made in 2018 servissero almeno regalarci tra una ventina d’anni calciatori un po’ meno mammolette di quelli che si sono fatti eliminare ancor prima di sbarcare in Russia: e invece no. 

I ragazzi del ’19 serviranno a rendere di nuovo grande l’Italia. 

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Don azionista di maggioranza della Chicco 

Oddio, ma non abbiamo già sentito questa storia?

Quando parlammo del Fertility Day ci ritrovammo ad affrontare il tema della Dissonanza Cognitiva: ossia lo stridente contrasto tra un interlocutore che dovrebbe essere autorevole (in quel caso il Ministero della Salute), uno studio preliminare alla campagna che mia nonna Antonia che teneva la quinta elementare e quattro figli tutti partoriti sotto i vent’anni lo faceva meglio e una morale che Gesù zia, lo so che tengo 35 anni e mi sto a fare vecchia ma NO, FIGLI NON NE VOGLIO?

Allora si trattava di una campagna di comunicazione che decise di puntare i riflettori – in maniera ovviamente catastrofica, non c’è neppure bisogno di dirlo – su una tematica reale e che, in effetti, ha tutte le caratteristiche per essere affrontato a livello istituzionale: il crollo delle nascite.

Insomma: c’abbiamo le pensioni da pagare (risate registrate), i cicli di produzione che rischiano di fermarsi, intere generazioni che non porteranno avanti il loro DNA.

Che un Ministero se ne occupi, ha senso: che lo faccia non il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ma il Ministero della Salute (confondendo clamorosamente un fenomeno sociale come il crollo delle nascite con un tema di interesse sanitario come il calo della fertilità) molto meno, ma ce lo siamo già detti. 

Sapete chi non ha proprio il diritto di dire la propria? Esatto, una ditta che produce prodotti per l’infanzia, per la quale i vostri figli sono, niente di più niente di meno che dei clienti.  Peraltro, per quanto mi risulta, la Chicco non è una Onlus: quei prodotti li vende. È come se a chiedervi di fare figli non fosse vostra zia ricca, quelle che vi dà giusto 10 euro a Natale e poi vi ignora per tutto l’anno, ma che so, il lattaio sotto casa.

Fatta questa osservazione strettamente etica (poi potremmo ricordare tutti, per l’ennesima volta che LA GENTE NON FA FIGLI PERCHè NON CI SONO SOLDI, ma anche questo argomento è stato abbondantemente sviscerato), ritorniamo al punto di partenza: alla Brand Identity.

Quello che normalmente si consiglia ad un’azienda che ha trovato il proprio Tone of Voice è, ne più né meno: se funziona, non cambiarlo.

La Chicco è la leader italiana dei prodotti dell’infanzia: può fare praticamente qualunque cosa, le famiglie la adoreranno comunque. Chicco è infanzia, Chicco è apine svolazzanti e sorrisi innocenti, Chicco gronda zucchero e miele. Chicco è dove c’è un bambino. 

Non so cosa sia successo, ma qualcuno ad un certo punto deve aver strillato fortissimo in agenzia: “Ho trovato! Facciamo qualcosa di ironico!”.

E da qui i Mondiali, gente che piange, lo scientificamente dimostrato Baby Boom che accompagna ogni partecipazione dell’Italia ai Mondiali (io sono nata alla fine del 1983: desumo che i miei genitori si siano accorti della vittoria dell’Italia sei mesi dopo che era avvenuta).

E se non ci sono i Mondiali? Tranquilli, si fa l’amore lo stesso: e l’anno prossimo tutti in un passeggino Chicco.

Ma come” avrà detto qualche stagista “quindi solo le coppie stabili con un progetto di genitorialità possono far sesso? Guardate che facciamo la fine del Fertility Day”

E quindi, il capolavoro: “Che sia per amore o perchè vi va, amatevi”. Certo, purché sia un sesso riproduttivo. Io amo farmi ingravidare nel corso di un incontro sessuale casuale. Credo sia quello lo scopo ultimo del sesso ricreativo.

Ovviamente le coppie omosessuali non possono trovare alternative piccanti ai Mondiali, loro mica possono avere figli (ah già, dimenticavo: i gay non amano il calcio, in televisione i gay guardano solo la Carrà ); le coppie sterili guarderanno, non so, il Badminton.

Come se non bastasse, perché non stravolgere proprio tutto e cambiare anche il payoff?

E così, “Chicco, dove c’è un bambino” è diventato “Chicco, dove ci sarà un bambino”. 

Mi vuoi forse dire che la Chicco ha cominciato a fare abbigliamento da donna, cosicchè da potenziale cliente futura potrò già trovare qualcosa per me? Articoli da elettrauto? Prodotti per la pulizia della casa?

Perché, cara Chicco, su una cosa siamo d’accordo: il nido di un bambino non è fatto solo di giocattoli e abitini. È fatto di sicurezza, è fatto di futuro, è fatto di stabilità: tutte cose che oggi non sempre sono garantite. Ci sarà un bambino laddove ci sarà la possibilità di crescerlo, ma anche la voglia: perché, cara Chicco, non so come tu hai passato i mondiali trascorsi, ma io avevo sempre una birra in mano e del cibo spazzatura da dividere con degli amici. Un test di ovulazione, mai. 

Ciò detto, abbiamo di fronte a noi un’azienda che ha provato a riposizionare la propria immagine sul mercato rinnegando la propria immagine rassicurante a favore di una presunta modernità (ricordiamo tutti: messaggio degno degli degli anni ’20, no gay, no persone sterili. Ok). Ci ha provato senza averne un reale bisogno: vendere prodotti ai genitori di un bambino è, per la Chicco, come segnare un rigore a porta vuota. La Chicco ha fatto come me quando mi metto il rossetto rosso: si è travestita da qualcos’altro. Il che, quando sei il migliore, non è esattamente un’ottima idea. 

 

 

#NonSiBaratta: per la Festa della Donna meno mimose e più patate

#NonSiBaratta: per la Festa della Donna meno mimose e più patate

Ogni volta – e mi capita spesso, sono una specie di talebana dell’argomento – che mi ritrovo davanti un interlocutore che mi dice “eh, ma di cosa vi lamentate voi donne? La Festa dell’Uomo ci vorrebbe, ecco” ho più o meno da quando ne ho memoria la stessa reazione psicosomatica: lascio scivolare la testa all’indietro, sospiro fortissimo e faccio scrocchiare le dita (abitudine pessima, lo so). Dopo aver stiracchiato ben bene le mie vertebre cervicali e retroflesso la testa verso l’infinito ed oltre (cit.) di scatto balzo verso l’altro 50% della mia conversazione e gli afferro forte forte una guancia tra pollice e indice, strizzando per bene e esclamando: “Ciao, tesoro!”. Al termine di questo melodrammatico attacco d’arte domando sempre, più o meno:

“Ti è mai capitato questo sul posto di lavoro?”

Noi donne siamo educate ad essere sempre gentili, sempre. Io in  particolare ero una ragazzina particolarmente timida e gentile quando ho cominciato a lavorare. Quelle (pochissime) volte che mi sono trovata davanti a contrattazioni di carattere esplicitamente sessuale mi sono semplicemente tirata indietro: sicura della mia posizione ma anche del fatto che il gioco non valeva la candela (laddove la candela era la mia libertà intellettuale: qualcosa che vale tanto se non di più della parte anatomica che in quel momento era sul tavolo delle trattative). In contesti più allusivi e meno diretti mi limitavo a chiudermi a riccio e a fare il mio lavoro. Chiedendomi, intanto, dove stessi sbagliando, se avessi il diritto di sentirmi a disagio e se, soprattutto, “non fosse una mia fantasia”.

Sbagliavo? Sì, senz’altro.

Ma ci sono voluti anni per capirlo, per esprimere pacatamente ma fermamente il mio fastidio. Un fastidio legittimo, peraltro: sul luogo di lavoro avrò pure il diritto di non avere zampe addosso. Neppure per un pizzicotto.

Questa lunghissima digressione personale per ricordare a tutti noi quanto ormai sia uso comune pensare che sul posto di lavoro richiedere sesso o attenzioni fisiche in cambio di un incarico sia tutto sommato accettabile. Una normale transazione d’affari.

Quando scoppiò il caso Weinstein, nessuno (soprattutto tra noi italiani, che abbiamo lo stomaco forte sui ricatti sessuali) parve meravigliarsi per un mercimonio che invece davamo praticamente per scontato. L’oggetto del dibattito fu piuttosto:

ma perché Tizia gliel’ha data e ora si lamenta?

Tralasciando le varie interpretazioni/giustificazioni/invettive del caso, appare evidente la totale normalizzazione del fatto che l’organo genitale femminile possa essere oggetto di contrattazioni professionali. 

(A meno che non si parli di prostituzione. In quel caso è ok).

Nasce da qui la campagna #NonSiBaratta , lanciata lo scorso anno da due artiste veronesi, Silvia Lana e Ilaria Marchesini di Parallel Lines: “Una campagna virale“, commentano, “che in maniera creativa e divertente vuole sensibilizzare sui diritti delle donne“. E lo fa a partire dalla più classica rappresentazione simbolica della sessualità femminile: la patata. 

Come recita il loro sito (http://www.parallellinesart.it), l’iniziativa si rivolge alle donne stanche di “sentire proposte indecenti, che non ce la fanno più di vivere nell’ambiguità, in situazioni disagio-hot perché non possono permettersi di mandare affanculo il proprio datore di lavoro (o committente), di sguardi allusivi, di mani morte”. 

Patata lambita, patata desiderata, spesso pretesa: se la dai puoi salire nell’Olimpo, se non la dai peste, morte (e precariato) ti coglieranno. Da qui una massiccia campagna social alla quale hanno aderito attiviste, donne comuni, foodblogger: chi con una foto con la patata (gastronomica) di fuori, chi con eventi locali, chi con ricette patatose tutte da gustare. Tutte unite dall’hashtag “#NonSiBaratta.”.

Silvia e Ilaria, appassionate di String Art, hanno sentito l’esigenza di dare un segnale forte rispetto a questo tema quando, artiste all’esordio, scelsero di posare “coperte” dalle loro opere: le foto sul loro sito, che altro non celavano che due giovani ragazze in canotta e shorts (il nudo è solo apparente) attirarono in pochissimo tempo le attenzioni sgradite e volgari di migliaia di uomini.

Nessuno aveva notato i quadri.

La patata diventa quindi un simbolo: qualcosa che si può dare o tenere, ma che è indiscutibilmente nostra.

Vuoi aderire anche tu alla campagna #NonSiBaratta? Ecco come!

  • Se sei una Food blogger, puoi inviare una mail a info@parallellinesart.it con il link al blog e la data di pubblicazione di una “ricetta patatosa”: Silvia e Ilaria la segnaleranno sulla pagina #nonsibaratta. Nessuna ricetta patatosa? Nessun problema, puoi rimediare dal 5 all’11 marzo.
  • Puoi organizzare un evento nella tua città, segnalandoti su  info@parallellinesart.it: potrai anche scoprire se nella tua zona ci sono già attività in corso (per il momento hanno aderito sostenitrici di Verona, Saronno, Torino, Milano e Roma). Fotografi con la tua patata griffata #NonSiBaratta e convinci i passanti a fare altrettanto.
  • Scarica il cartoncino #NonSiBaratta, legala ad una patata e fotografati: la tua foto apparirà assieme a tutte le donne stanche del sessismo.
D’atronde, come dicono anche Silvia e Ilaria, “non tutte le proteste devono essere fatte con mitra e passamontagna”.
Il mio personale contributo alla campagna. Non avevo in casa patate fresche, scusate.

Tutte le foto (tranne la mia) sono prese da www.parallellinesart.it.

Cosa scrivere quando non hai nulla da scrivere: sei consigli imbarazzanti

Cosa scrivere quando non hai nulla da scrivere: sei consigli imbarazzanti

Ammetto la mia colpa: benché questo blog sia nato anche per ispirare chi scrive per professione (e post come questo ne sono la dimostrazione), anche gli psicomunicatori a volte sono in crisi. E poi c’è la spesa da fare, la casa da pulire, il lavoro che comunque non si farà da solo e così via.

Ad ogni modo, come si dice: cerchiamo soluzioni, non scuse. 

Cosa scrivere quando non hai nulla da scrivere?

Ecco le cose che mi ispirano quando la testa vaga e nulla di interessante sembra profilarsi all’orizzonte:

  1. Le zuffe su Facebook

Lo ammetto, ho un lato trash assai sviluppato. Uno dei miei fondamentali guilty pleasures è cercare su Facebook i post che più di altri so che attireranno polemiche (ora siamo in campagna elettorale, quindi qualunque post va bene) e aprire i commenti. SOLO I COMMENTI. Prima o poi qualche testa illuminata dirà qualcosa che mi farà davvero incavolare, e sentirò il dovere di controbattere. Siccome tuttavia sono un’adepta della regola forumiana “Don’t feed the troll”, prenderò la mia rabbia repressa e andrò a scrivere da un’altra parte. Il blog sarebbe la scelta migliore.

Cosa scrivere quando non si sa cosa scrivere
Appunto.
2. I Corgi

In particolare, i culini di Corgi. Lo so, lo so, sono una professionista, sono più vicina ai quaranta che ai venti eppure quei sederini fuffosi hanno su di me un effetto catartico. Dopo mi sembra tutto più bello. La mia preferita è Geordi La Corgi, autentica webstar: come recita la sua stessa bio fa la “professional butt model”.  È bello sapere di non essere sola al mondo nella mia pazzia.

Cosa scrivere quando non si sa cosa scrivere
Se è porno tolgo.
3. “Cazzo, hai 35 anni e scrivere è il tuo lavoro, vedi che devi fare”

Eh niente, il buon vecchio super – io su di me ha sempre il suo fascino. Nulla mi rende più produttiva del dover fare qualcosa PER FORZA. Se non c’è una deadline, me la invento. Metodo garantito al 100%

Cosa scrivere quando non si sa cosa scrivere
Così dicono.
4. Leggere qualcuno che scrive come piace a me

Calmi, calmi, non caccerò fuori l’artiglieria pesante. Personalmente sono abbastanza incline ad aprezzare i mattoni, ma siccome qui dobbiamo ritrovare l’ispirazione, e farlo subito, ecco alcune pagine facebook che in caso di emergenza mi riconciliano con la scrittura:

  • Non è successo niente , un autore del quale so (mea culpa) troppo poco, ma che trovo piacevole e profondo come pochi
  • Il profilo personale di Enrica Tesio, la talentuosa autrice del blog Ti Asmo. La sua headline è “Prima o poi l’amore arriva. E ti Incula”. Serve altro?
  • Paconpoco, al secolo Paola Forlani. Poche cose al mondo mi fanno ridere come il suo cane Smita, le cui gesta sono raccontate in un esilarante mix tra italiano e inglese. Per non parlare dei disegni di Paola: spettacolari.
leggere
Leggere cura tutti i mali.
5. Scrivere come mi sento

Metodo truce che odora di parapsicologia, ma fa decisamente il suo dovere. Scrivete quello che sentite. Ho fame, ho freddo, i capelli sporchi. Se vi sembra di non sentire nulla, descrivete. La mia pancia borbotta, ho la pelle d’oca, mi sono appena dato la penna in un occhio. Non importa quanto banale sia quello che buttate giù, fatelo e basta. Dopo tre righe, sarà subito stream of consciousness.

6. Scrivere articoli come questo

“Non so cosa scrivere”, “Ecco, intanto comincia”.

 

#GnaMeat Campania: quando la carne non è peccato (e come raccontarla)

#GnaMeat Campania: quando la carne non è peccato (e come raccontarla)

I peccati della carne sono di gran lunga quelli che preferisco.

In ogni senso: da quelli strettamente connessi ad attività riproduttive adoperate a scopo ricreativo, passando per la gola (che è sì piacere carnale, anzi, provate a smentirmi), ogni peccato capitale che presupponga un’indulgenza al piacere qui è ben accetto.

Ovviamente rientrano tra i piaceri della carne anche quello che provi quando la carne te la metti sotto i denti per finalità alimentari: un peccato che oggi, tra crociate vegane e bistecche sotto accusa per tutti i mali del mondo, si confessa a voce bassa, come una scappatella con la segretaria o con il maestro di tennis

Ma qui, in camera caritatis, lo possiamo dire: la carne è buona. E non solo: è intrinsecamente trasgressiva. Ad ogni boccone, sai che un povero animale è morto per il tuo piacere, che non stai esattamente ingurgitando le calorie di un minestrone, che tutte quelle storie sulla carne rossa non saranno state raccontate per caso: tuttavia la carne resta una di quelle tentazioni un po’ colpevoli dalle quali solo pochi di noi riescono a sfuggire.

Quando ho ricevuto l’invito di Federcarni e YouMeat per il primo #GnaMeat campano, la parte di me temperante, quella che sfugge gli eccessi e mira alla salubrità, ha accolto con una certa diffidenza l’idea di una serata ad alto tasso di calorie animali: l’altra parte di me, il Dionisiaco, già pregustava i vini che avrebbero accompagnato questa nuova esperienza gastronomica.

Nei giorni che hanno preceduto l’iniziativa, sognavo rollè di manzo che saltavano staccionate e conturbanti donne – bovino che occhieggiavano dalle loro stalle. L’idea di una serata a base di sola carne mi stuzzicava, mi sembrava vagamente perversa: TUTTA! LA! CARNE! DA! FUORI! Una sorta di esibizionismo gastronomico, insomma: una serata vegana, probabilmente, non avrebbe sortito lo stesso effetto.

porca vacca
“E che ci vuole a raccontare di una grigliata di carne?”. Ecco, beh, insomma. Credits by www.veganzetta.org

Cosa è successo, quindi, quando il 22 novembre scorso food blogger campani, influencer e beh, me, ci siamo trovati attorno alla stessa tavolata per scoprire le sorprese che Youmeat aveva in serbo per noi?

Questa è la storia di una serata ad alto godimento gastronomico, nonché di una scoperta di qualcosa che, probabilmente, mai avrei immaginato nè  saputo raccontare: 

La carne non gode un momento di grandissima popolarità.

Anzi: da un eccesso di consumo (che ha danneggiato fortemente il mercato in quanto ha costretto ad una sovrapproduzione, con conseguente calo della qualità), siamo passati ad una vera e propria psicosi che, dalla Mucca Pazza in poi, ha gradualmente ristretto il campo di un alimento che è parte della nostra tradizione ma che, e questa è la chiave di lettura di tutta la faccenda, non può essere consumato come oggi siamo abituati a fare.

La carne va mangiata con moderazione, privilegiando la qualità alla quantità, va preparata con cura e comprata con attenzione da macellai che sanno fare il proprio lavoro.

Come un produttore di carne può raccontare questa versione della storia, a fronte di un’opinione pubblica che ogni giorno racconta

E qui entra in gioco Federcarni, la federazione italiana dei macellai, che da vera insider ha rilevato già da tempo quella che è una vera e propria emergenza produttiva: pochi, pochissimi giovani sono interessati al lavoro del macellaio. Un lavoro faticoso che richiede competenze tecniche specifiche, una conoscenza eccellente dei diversi tagli, la consapevolezza di tutti i passaggi che rendono speciale anche una semplice bistecca alla piastra.

Il mio, il nostro immaginario relativo alla carne è assuefatto alla vista delle sconfinate distese di fettine incellofanate che invadono i banchi frigo dei nostri supermercati: con quella che è a tutti gli effetti una pornografia alimentare, la sovraesposizione ad un alimento ormai di routine ne svilisce la magia, la vera essenza, l’esperienza di gusto.

Ed è proprio dal ricordo delle carni battute con amore, dell’agnello pasquale che solo trent’anni fa veniva condiviso con attenzione, le piccole carni da lattante suddiviso con le persone più care, del pollo che veniva portato a tavola durante le feste e che stregava tutti con il proprio sapore, che tre giovani professionisti del napoletano hanno scelto di lanciare YouMeat, associazione in difesa della filiera della carne.

Domenico Timbone, Fabio Rossi e Francesco Veneruso, rispettivamente presidente, vicepresidente e consigliere di YouMeat sono i mattatori di una serata speciale, offerta dalla Braceria Barone di Casalnuovo di Napoli. La loro missione è quella di promuovere un consumo della carne più giusto: lungi dal demonizzare un alimento che ha fatto parte da sempre della vita dell’uomo, Domenico, Fabio e Francesco invitano i consumatori ad un atteggiamento critico, ma non sprezzante; di uso, ma non di abuso.

Domenico e Fabio, entrambi avvocati, si conoscono da una vita: condividono i giochi e le gustose pietanze a base di carne del papà di Domenico, macellaio. A loro si aggiunge Francesco, cuoco di professione.

I tre moschettieri della carne napoletana, tuttavia, per una serata cedono il passo a D’Artagnan: è infatti Raffaele Barone, proprietario della Braceria Barone, il vero mattatore della serata.

Dopo una breve presentazione della sua attività – una macelleria di sua proprietà a pochi passi del locale, la scelta di rilevare i locali dove a sua volta il padre era macellaio, e trasformarli in un posto dove non solo è possibile mangiare la carne, ma anche comprarla direttamente dal produttore – Raffaele lascia parlare i suoi piatti.

Per ingolosirci Raffaele ci offre polpettine con panatura di chips e torta rustica salsiccia e friarielli: un assaggio robusto di quello che saremmo andati a consumare e che ha subito chiarito a me e a tutti i presenti che la dieta questa sera sarebbe stata archiviata. Seguono due serie di antipasti: un misto di salumi e formaggi stagionati, cui sono seguite bruschette e fagioli alla messicana. Un assaggio di paccheri alla genovese e una Reale di Scottona Polacca concludono degnamente la cena.

In occasione di quella che gli esperti mi hanno assicurato essere la prima Social Dinner Campana, è stata presentata anche la nuova borsa Federcarni, per la quale accolta Francesco D’Agostino, responsabile marketing di Federcarni Nazionale, ha studiato un’accurata strategia di storytelling visivo, valorizzando la figura dell’artigiano macellaio e la sua bottega italiana per raccontare il prodotto e le persone che ci sono dietro.

Foto foodblogger
Fare i foodblogger è un lavoro rischioso, ma qualcuno deve pur farlo. Anche a rischio di far raffreddare la scottona. Qui vediamo ritratti Licia Sangermano dell’omonimo blog, Fabio D’Amore di Assaggi di Viaggio, Anna Pernice di Travel Fashion Tips e Sabina Petrazzuolo di Uptowngirl. Diana di Psicomunico stava mangiando, a dire il vero.

Tra i progetti futuri di Federcarni e YouMeat, annoveriamo un’Accademia delle Carni, per incentivare un consumo maggiormente consapevole e promuovere le eccellenze del nostro territorio (al via un progetto sul pollo campese giallo) e lo sviluppo di strategie di marketing innovative per raccontare quello che è stata la carne nella nostra storia e come acquistare al meglio: estremamente interessante da questo punto di vista è l’app Meat Up, progettata da un giovanissimo cultore della materia, che consentirà la tracciabilità di ogni pezzo di carne che andremo ad acquistare a partire dal codice identificativo, e ci permetterà di scoprire cosa andremo a mangiare in ogni momento.

La serata si è conclusa con la promessa di rivedersi al più presto ma anche con la consapevolezza che davvero in ogni tradizione del nostro paese esistono storia, cultura e competenze specifiche che spesso ignoriamo. Storie che vanno raccontate anche, anzi, soprattutto, quando si tratta di cose apparentemente banali come, ad esempio, il mangiare. E poi, suvvia! i peccati di gola non sono poi così male.

Il Volontariato: una storia da raccontare. La giornata internazionale del Volontariato

Il Volontariato: una storia da raccontare. La giornata internazionale del Volontariato

Le buone notizie non fanno notizia”: quante volte abbiamo sentito questa storia?

Le tragedie ci ricordano la nostra vulnerabilità, gli scandali ci indignano, i piccoli e grandi atti di meschinità di persone lontane da noi ci fanno sentire migliori (oltre che alimentare la fame di gossip che ognuno di noi intrinsecamente ha): e le belle storie che ruolo hanno?

Ispirano, danno speranza, ci stimolano a fare meglio per noi e per la nostra comunità: le buone notizie ci ricordano che, per quanti piccoli ci possiamo sentire in questo mondo pazzo, noi possiamo fare la differenza.

Laddove c’è una bella storia, tuttavia, c’è anche chi l’ha resa possibile: a volte ci imbattiamo in eroi solitari, che la sorte o il merito hanno reso eccezionali; in altri a fare la differenza sono gruppi di persone che senza fretta, ma senza sosta, si attivano per la collettività.

Sono proprio le associazioni benefiche, e i volontari che le animano, a scardinare quelle certezze incrollabili sulle quali spesso riteniamo basata la nostra società: l’homo homini lupus di hobbesiana memoria; l’idea che chi si ferma per aiutare gli altri sia destinato a restare per sempre indietro; che nessuno, ma proprio nessuno, possa essere davvero disinteressato.

Il volontario è la prova vivente che si può scegliere di aiutare gli altri senza avere un tornaconto personale.

Se le ricerche ci elencano motivazioni anche egoistiche che ci spingono all’agire volontario, il risultato non cambia:  fare del bene fa bene.

Il 5 dicembre di ogni anno si celebra La Giornata Internazionale del Volontariato (in inglese International Volunteer Day), così designata dalla risoluzione 40/212 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 17 dicembre 1985.

Lo scopo della giornata internazionale del volontariato è quello di riconoscere il lavoro, il tempo e le capacità dei volontari in tutto il mondo: il 2001  è stato proclamato Anno Internazionale del Volontariato, con la promozione di diversi progetti sostenuti da volontari; un’iniziativa bissata a livello europeo nel 2011, con l’Anno Europeo delle Attività di Volontariato.

E in Italia?  

Il nostro paese, a livello legislativo, ha avuto una precoce attenzione per il mondo del volontariato, con l’introduzione di una Legge Quadro per il Volontariato nell’agosto del 1991.

La 266/91 è nata a ridosso di alcune circostanze che avevano evidenziato come il volontariato riuscisse a rispondere ai bisogni del territorio prima, e spesso anche meglio, delle Istituzioni: negli anni 70 ed 80 già era stato evidente come l’iniziativa dei cittadini avesse creato dal nulla servizi fino a quel momento inesistenti, come i consultori familiari e le comunità per tossicodipendenti. Il terremoto in Irpinia del 1980 sancì definitivamente le competenze del volontariato anche in situazioni di estrema emergenza: da quel momento divenne chiaro che il ruolo dei volontari non poteva più essere ignorato, che le loro forze vive e dirompenti avevano bisogno di essere sostenute e aiutate a crescere.

L’allora Presidente del Consiglio Giovanni Goria istituì nel 1987 il Ministero degli Affari Sociali: questa prima presa di posizione istituzionale nei confronti del mondo solidale fu un’ importante premessa alla stesura della legge, avvenuta quattro anni dopo sotto il settimo governo Andreotti.

La “maternità” della legge 266/91 è da attribuirsi a Maria Teresa Vinci, che redasse il testo della legge:  fu tuttavia notevole il contributo dei volontari, che “suggerirono”  i contenuti della legge in occasione della Seconda Conferenza nazionale del Volontariato, svoltasi ad Assisi nel 1990.

La 266/91 ha un interessante primato, rimasto imbattuto dopo 20 anni: è stata infatti la prima ed unica legge nella storia della Repubblica a ricevere una standing ovation da parte dei parlamentari dopo essere stata discussa ed approvata all’unanimità. L’ovazione parlamentare rappresentò il dovuto riconoscimento alla forza del volontariato ed al ruolo che questo si avviava ad assumere nella società.

Oggi la legge 266/91 è stata sostanzialmente soppressa dalla nuova Riforma del Terzo settore, la legge 106/16: tuttavia, sebbene attualmente le disposizioni in essere abbiano carattere esclusivamente transitorio, sembra comune l’idea di valorizzare tutti i volontariati: non solo quelli afferenti alle organizzazioni di volontariato, ma a tutte le strutture che si avvalgono del contributo spontaneo e gratuito dei cittadini.

La comunicazione del volontariato

Pubblicità Progresso

Come dicevamo, delle buone notizie si parla sempre poco. Persino la più grande agenzia di Comunicazione Sociale d’Italia, Pubblicità Progresso, sembra non cogliere immediatamente la rilevanza del messaggio lanciato dal volontariato: l’effetto novità della 266/91, tuttavia, porta immediatamente i suoi frutti.

Nel 1991 viene infatti lanciata la Campagna “A favore del volontariato”, che si protrae anche l’anno successivo: Per realizzare la campagna fu svolta un’approfondita indagine presso il Ministero degli Affari Sociali con la collaborazione del prof. G. Calvi di Eurisko, finalizzata a iindividuare le principali aree a favore delle quali richiamare l’attenzione dei possibili volontari.

Testimonial d’eccezione della campagna, a sorpresa, Superman, in palese contrasto con l’head line: “Per essere utili agli altri non serve volare. Basta volere”. “Volontariato, lo straordinario di ogni giorno”.

volontariato pubblicita progresso

Nella seconda fase della campagna (inizio ’92) viene inserito il Numero Verde: con l’aiuto della Fondazione Italiana per il Volontariato, si fornirono maggiori informazioni sulle possibili associazioni cui rivolgersi. L’iniziativa riscosse notevole successo, con centinaia di chiamate ogni giorno.

Le campagne istituzionali

In Italia varie sono state le campagne patrocinate dalla Presidenza del Consiglio Dei Ministri tese a valorizzare il ruolo del volontariato: una delle più recenti risale all’Anno Europeo del Volontariato. La campagna Aiuta l’Italia che aiuta intende incentivare i comportamenti responsabili di partecipazione e di sostegno al volontariato: Il tema del messaggio è il dono inteso come dono del proprio tempo, delle proprie energie e affetti caratteristico dell’agire dei volontari, ma può anche diventare sostegno economico per supportare e rendere più agevoli ed efficaci le attività di volontariato. Il tema centrale della campagna è presente anche nel logo che evoca simbolicamente il gesto del dono attraverso le mani e le braccia che toccandosi formano un cuore al centro.

La campagna si svilupperà durante tutto il 2011 e sarà veicolata su tv, radio, stampa, affissioni e internet e anche nelle varie tappe del Giro d’Italia, approfittando della congiunzione tra Anno Europeo del Volontariato e Centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia.

I CSV e il progetto “Tanti per tutti”

Una delle principali novità della legge 266/91 è stata l’istituzione dei Centri di Servizio per il Volontariato (CSV), strutture nate, come recita la legge, per “la crescita della cultura della solidarietà, la promozione del Volontariato, la consulenza e l’assistenza qualificata a volontari ed associazioni, la formazione e la qualificazione,l’informazione e la documentazione”.

Buona parte delle campagne di comunicazione aventi ad oggetto il volontariato sono nate proprio nei CSV, che godono di un’ampia diffusione territoriale.

Come compendio delle diverse esperienze citiamo il progetto “Tanti per tutti. Viaggio nel volontariato italiano”, promosso dal Coordinamento Nazionale dei Centri di Servizio CSVnet a cavallo tra il 2015 e il 2016 con la partecipazione di   Fiaf – Federazione italiana associazioni fotografiche e Cifa – Centro italiano per la fotografia d’autore.              

L’idea da cui il progetto ha preso le mosse è stata quella di realizzare un documento fotografico sul mondo del volontariato in Italia, una realtà in continua evoluzione, che interessa milioni di cittadini, che ‘anima’ più di migliaia associazioni non profit, sparse da nord a sud, operative su tutto il territorio nazionale.

© Progetto FIAF-CSVnet “Tanti per tutti. Viaggio nel volontariato italiano”

Da febbraio a dicembre 2015 700 fotografi, professionisti e non, con il supporto degli operatori dei Centri di Servizio per il Volontariato, hanno fotografato i volontari italiani durante le loro attività. Un lavoro collettivo che ha prodotto oltre 10 mila scatti, raccolti in 500 portfoli. Grazie ad un’accurata selezione, gli scatti più significativi hanno dato vita a questo portale: un archivio on line composto da più di 1400 immagini, indicizzate e rese disponibili gratuitamente a tutti coloro che sono interessati al tema.

Per approfondimenti:

http://presidenza.governo.it/DIE/attivita/campagne_istituzionali/XVI_Legislatura/volontariato_2011/index.html 

https://www.pubblicitaprogresso.org/it/campagne/campagne/a-favore-del-volontariato

http://www.tantipertutti.it/

Credits immagini di copertiva: © Progetto FIAF-CSVnet “Tanti per tutti. Viaggio nel volontariato italiano”

Bonus track: Vuoi fare volontariato? Cerca qui il CSV piu vicino per chiedere informazioni. Se poi vuoi parlare con me, mi trovi a questo indirizzo.

Se vuoi avere un’idea di come lavoriamo in comunicazione, su www.storiedivolontariato.it troverai degli esempi.

GIUSEPPE RUSSO – LA GUERRA DIMENTICATA: ti racconto una storia, anzi La storia (della seconda guerra mondiale in Campania)

GIUSEPPE RUSSO – LA GUERRA DIMENTICATA: ti racconto una storia, anzi La storia (della seconda guerra mondiale in Campania)
La storia non è quella dei libri, o almeno non solo. La storia è ciò che accade quotidianamente, e soprattutto ciò che è accaduto a chi ci ha preceduto. Non esserne consapevoli significa negare un’evidenza e, soprattutto, mettere a rischio la propria identità. Giuseppe Russo, nella sua trilogia “I caduti di pietra”, giunta al suo secondo volume “La guerra dimenticata”, ci racconta la storia dal punto di vista dei nostri beni culturali e delle nostre tradizioni deturpate da strategie politiche e guerra.
Giuseppe Russo, lo scorso novembre, ha pubblicato il secondo testo della sua trilogia “I caduti di pietra”, volume dedicato allo scempio di vite e di cultura in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. “La guerra dimenticata”, ultima pubblicazione lanciata l’otto novembre 2016 a Caserta, prosegue il discorso iniziato da I caduti di pietra, storia di una regione in cui cadde anche la cultura (Campania 1940-1943), ampio progetto che prevede, nel 2018, anche l’uscita di un terzo e conclusivo capitolo dedicato a tutto il territorio nazionale. Il suo lavoro, basato su ricerca scientifica ma affrontato con lo spirito della divulgazione e la curiosità storica, commemora le vittime civili del secondo conflitto mondiale, ma soprattutto analizza e ci ricorda lo scempio di monumenti, edifici, piazze, chiese, musei, biblioteche, università e archivi che, in linea con le azioni terroristiche di oggi, più che a una vittoria di guerra mirava a “distruggere il morale” della popolazione.

guerra dimenticata
La guerra dimenticata

 

 

Ho incontrato Giuseppe in un pomeriggio di maggio, alla vigilia della presentazione de “La Guerra Dimenticata” all’Istituto Superiore di Scienze Religiose a Caserta. È con me a un tavolo di un bar, insieme alla moglie e alla figlia, entrambe complici e sostenitrici di questo storico atipico, nato e cresciuto nell’informatica e, dalla laurea in poi, studioso della Seconda guerra mondiale per amore del nostro Paese e delle sue bellezze.

Il tema della tua trilogia racconta una storia meno nota, abbastanza lontana dalle fonti ufficiali. Come ti è venuta questa idea?

Ho una formazione da informatico, ma ho sempre avuto un particolare interesse per la storia: sono cresciuto con le storie di guerra dei miei genitori, e quando mi sono sposato ho ascoltato quelle dei miei suoceri. Da ragazzo poi, come tutti i miei coetanei, frequentavo la Reggia di Caserta: allora non la vivevamo solo come un monumento, ma come una mamma di pietra, un luogo di aggregazione del quale ero letteralmente innamorato. Il “colpo di grazia” l’ho poi avuto preparando la tesi di laurea con il professore, e storico della SUN, Paolo De Marco, che mi aveva affidato l’incarico di archiviare e revisionare alcune foto e documenti della Seconda guerra mondiale: confrontando la Campania di oggi e quella di allora ho avuto modo di osservare dei “micromovimenti” che mi hanno suggerito un altro modo di vedere la storia, ed è proprio da questo che sono partito. Notai le enormi devastazioni subite dagli edifici civili, dalle piazze, dai locali di ritrovo, dai beni culturali, addirittura i cambiamenti mentali e culturali portati dalla guerra che nei testi ufficiali difficilmente sono riportati. Da qui il desiderio di riportare alla luce quelle storie di quotidianità che con i bombardamenti sono state perse. Tra l’altro sono personalmente convinto che, quando parliamo di una guerra, dobbiamo parlare anche della perdita di capitale umano, ovvero di tutte quelle vite che sono state bruscamente interrotte e che avrebbero potuto cambiare, magari, la storia del nostro Paese. Ad ogni modo, pur parlando di questioni serie il mio ideale è trasmettere il concetto che la storia può essere divertente e far capire a tutti che, soprattutto, essa è composta da piccole azioni quotidiane che riguardano tutti noi e successivamente si amalgamano nella storia dell’intero popolo.

Raccontaci qualcuna di queste azioni.

Tra gli aneddoti più divertenti che racconto, il mio preferito è la “guerra dei coppini”: si parte da una situazione assai triste, ossia l’obbligo che ricorreva di cedere gioielli di famiglia, targhe metalliche della propria professione e pezzi della propria vita, come i corredi domestici, perché il fascismo aveva bisogno di costruire armi per le nostre forze armate. In questa situazione, non facile né piacevole, le donne lottavano con forza perché almeno le pentole non fossero loro confiscate. Molte dicevano addirittura di preferirsi “con le corna piuttosto che senza coppini”, appunto. Erano donne semplici, ma forti e capaci di sostenere il peso dell’intera famiglia, anche se in quel difficile periodo storico avevano, spesso, il solo corredo della cucina come “arma per la sopravvivenza”,  e riuscirono a fare miracoli sotterrando pentole e mestoli nei giardini per evitare di restare senza la possibilità di cucinare per gli amati figli.

La storia, però, è anche fatta di sport e tifo, e magari farà piacere ai tifosi del Napoli sapere che la propria squadra, che rappresenta non solo la città ma l’intera regione, è stata una delle prime società in Italia ad avere un proprio stadio. Costruito per dare una “casa” alla neonata squadra del Gioco Calcio Napoli, sorta nel 1926, lo storico “Stadio Ascarelli” fu usato anche in occasione dei mondiali del 1934. Purtroppo fu bombardato e centrato più volte e mai più ricostruito, lasciando un vuoto poi colmato dal San Paolo di proprietà del comune. A parte questo, ci sono tanti episodi che ci ricordano che Napoli, prima della Seconda guerra mondiale, poteva vantare ricchezze e forza industriale. Basti pensare a La Precisa, una delle imprese più fiorenti del sud Italia prima convertita in fabbrica di armamenti e poi bombardata e definitivamente abbandonata; o all’Alberti di Benevento, la famosa fabbrica che ancora oggi produce il saporitissimo liquore Strega, che con un solo macchinario superstite dopo i bombardamenti del 43 è riuscita, in pochi anni, a riprendere le esportazioni. Io ritengo sia stato il primo vero esempio di “miracolo economico italiano”. Anche qui la guerra ha segnato la storia, per una volta in senso positivo: l’Alberti, alla luce delle proprie esperienze, ha deciso di istituire un premio ispirato al premio Nobel, perché la bellezza dell’arte e della letteratura  potesse cancellare le brutture della guerra ed evitare che si ripetessero: il premio Strega, appunto.

Napoli bombardata
(Uno dei terribili bombardamenti subiti da Napoli durante la guerra) Image courtesy of Nara, USA.

Da quello che racconti sembra che l’Italia dopo la Grande Guerra stesse trovando un suo equilibrio. Eppure sembra fosse un equilibrio abbastanza precario…

La Prima guerra mondiale in realtà non era finita: erano tanti i segnali che avrebbero permesso, ad un occhio più smaliziato, di capire cosa stava bollendo in pentola. Nelle città si cominciarono a creare sistemi di protezione attorno alle opere d’arte, a “impacchettarle”, e tutti i metalli che potevano essere messi da parte cominciarono a sparire. Gli orti urbani, che oggi sono una cosa assolutamente positiva e come tali vennero celebrati anche negli anni trenta, ma solo per propaganda, avevano in realtà un’unica funzione: nascondere la mancanza di risorse alimentari.

“La Guerra dimenticata” è un’opera in tre volumi, i primi due dei quali si concentrano maggiormente su Napoli e Caserta. Parli spesso di Napoli come “città martire” eppure non era la città più ricca d’Italia, né la più grande. Perché quest’accanimento?

Napoli è stata una città “martire” per una serie di ragioni: per la concentrazione altissima di opere di interesse culturale, per le fabbriche fiorenti, per la presenza di uno dei porti più grandi di Italia. Un’operazione puramente militare avrebbe potuto colpire altre città, o puntare espressamente su obiettivi militari, e invece no. Obiettivo dei bombardamenti era destabilizzare la popolazione, colpirla nell’animo. Un po’ come attualmente fanno i terroristi colpendo locali tipo il Bataclan a Parigi. Il nord Italia aveva industrie e ugualmente importanti centri monumentali, ma era più difficile da colpire all’inizio della guerra; il centro Italia aveva la protezione del papa e per anni fu fuori dalla portata dei bombardieri. Il sud Italia era un bersaglio ideale. La Campania, poi, era regione strategica per i porti, i collegamenti diretti con la capitale e per tante altre ragioni storiche che il lettore scoprirà nel testo. Ed è per questo motivo che la mia trilogia parte da Napoli e dalle città della Campania. Non è mero campanilismo regionale, ma piuttosto la rilettura precisa dei motivi che fecero di Napoli la città più bombardata in Italia durante la guerra, quella con il maggior numero di perdite civili e culturali e la prima grande città a liberarsi da sola dai nazisti pochi giorni prima dell’arrivo degli angloamericani. E’ dalla Campania che parte la vera storia della guerra in Italia.

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(La distruzione della Cattedrale di Benevento, e di tutto il centro storico della città, è testimonianza diretta dei bombardamenti terroristici che subì la nostra regione soprattutto dal 1943) Image courtesy of Nara, USA.

Con i tuoi studi hai avuto sicuramente accesso a documenti importanti: eppure, dalle tue testimonianze emerge molto spesso la voce autentica del popolo: cosa ti permette di avere così tanti contributi?

Il mio essere scrittore è stato permesso dalle circostanze, ma anche dalle reti di relazioni che volta per volta si sono ampliate e hanno permesso di dare seguito alla mia opera, prima con un secondo libro e poi con un terzo, che vedrà la luce nel 2018. Molti degli incontri più fortunati sono avvenuti proprio durante le presentazioni. Ad esempio, durante la presentazione a Villaricca ho conosciuto il nipote di un soldato di artiglieria che aveva perso la vita a Padova: da questo confronto ho avuto molte informazioni che confluiranno nel terzo testo, e il 26 maggio sarò a Ponte San Nicolò (Padova) per presentare “La guerra dimenticata” grazie all’ANPI e con la partecipazione proprio del Comitato Mura, l’Associazione che si occupa di recuperare la memoria dei bombardamenti su Padova dove morì, appunto, Benedetto Ferriol, il nostro conterraneo massacrato nel Bastione Impossibile durante l’attacco dell’8 febbraio 1944. Abbiamo unito, grazie alla cultura, la storia della Campania, quella di Padova e quella di tante anime innocenti vittime di una vera e propria guerra terroristica. Se, infatti, finora mi sono concentrato molto nel sud, varie vicende mi stanno portando sempre più spesso al nord, dove l’interesse per questi temi è cresciuto, e stanno indirizzando le mie ricerche verso l’America e la Gran Bretagna, dove mi recherò presto per recuperare nuove foto delle nostre città massacrate dai bombardamenti, dalle ritorsioni naziste e dall’occupazione angloamericana. Per il passato e per il presente ringrazio intanto, tra gli altri, l’Ammiraglio Pio Forlani, che ha scritto una bellissima prefazione, e Domenico Valeriani, Presidente del Consiglio Comunale di quella Bellona che è stata vittima di una delle stragi più brutali della storia di Italia, e Antonietta Cutillo, sopravvissuta al bombardamento del rifugio di Corso Trieste a Caserta che ha subito accolto la mia ricerca con attenzione, concedendomi una fondamentale intervista. Tra l’altro devo segnalare che a breve vi sarà l’aggiornamento del testo, e in questa seconda edizione, oltre a nuove foto e mappe, vi sarà la storia della strage di Campagnola grazie all’interessamento del Comune di Marzano Appio, il quale ha concesso il patrocinio insieme alle Città di Bellona e Mignano Monte Lungo, e a due fondamentali Associazioni territoriali: l’A.N.F.I.M. e la Onlus Ciò che vedo in città – S.Maria C.V. A tutte queste amministrazioni e a queste associazioni devo i più sentiti ringraziamenti per il supporto morale e culturale prestato al mio progetto.

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(Il testo, come si nota dall’immagine di benvenuto in presentazione, è patrocinato da diverse amministrazioni e associazioni)

Ho idea che il tuo libro possa avere qualche avversario: come è stato accolto?

In realtà non ho avuto particolari problemi, anche perché cerco di essere sempre molto obiettivo. Quando citi fatti reali, non c’è nulla che ti possano recriminare. C’è qualche neoborbonico che avrebbe voluto strumentalizzare ciò che dico, ma non ho prestato il fianco a questa possibilità: anzi, affermazioni che condannano l’Unità d’Italia lasciano intendere un’assoluta inconsapevolezza di quello che sarebbe successo se non fossimo diventati un unico paese. Saremmo stati abbandonati, con dei sovrani che giustamente pensavano più al loro tornaconto che alla nostra città. Quindi no, mi tengo ben lontano da queste teorie. Quello che più mi preoccupa però è la rivalutazione del fascismo che vedo da più parti. Io sono il primo a dire che “col fascismo ci sono state anche cose buone”: penso alla legge Bottai, la prima che ha tutelato i nostri Beni Culturali e li ha difesi anche dallo stesso Mussolini che già aveva donato con troppa leggerezza all’alleato Hitler alcune nostre opere. Ma da qui a dire che questo periodo storico debba essere rivalutato, ce ne vuole. Io sono per l’oggettività. Bisogna far parlare i documenti, che dicono, guarda caso, che la nostra Italia era impreparata per la guerra in modo drammaticamente chiaro. Lo affermavano i vertici dell’amministrazione dell’epoca, eppure alcuni ancora credono in quell’azzardo che Mussolini fece, portando il Paese verso il baratro. Bisogna leggere “le carte” come si dice spesso.

Come è stata organizzata la pubblicazione di questi testi?

Ho scelto di autopubblicarmi: all’inizio è stata una necessità, ma oggi sono felice di averlo fatto. Sono stato libero,e sono libero, dalla prima all’ultima pagina: oggi ho qualche editore che mi fa la corte, ma credo che continuerò come ho fatto finora, senza vincoli. Se poi c’è qualcuno che vuole lasciar spazio totale all’autore senza restrizioni politiche o comunicative, allora sono qui, pronto a valutare insieme ai professionisti del settore.

Libero, curioso e dotato del naturale dono di fare rete, Giuseppe Russo ha trovato la sua strada nella ricerca storica: staremo a vedere cosa farà dopo il terzo volume della trilogia: si dedicherà ad un altro periodo storico o proseguirà nelle sue ricognizioni sulla Seconda guerra mondiale?

 

Dalla bambola dei sogni al marketing aspirazionale: il ritorno (in grande stile) di Barbie

Dalla bambola dei sogni al marketing aspirazionale: il ritorno (in grande stile) di Barbie

Quante di noi hanno giocato da bambine con la Barbie? Feticcio immancabile nelle camerette delle attuali trenta/quarantenni – e forse custodite ancora da qualche fanciulla degli anni ’90 – la bambola più amata, criticata e iconica di sempre ritorna dopo un decennio non proprio brillante nelle case delle bambine di oggi.

Passando dal cuore di chi non l’ha mai dimenticata: le bambine di trent’anni fa, le mamme degli anni 10. E dandoci, come sempre, un’eccellente lezione di marketing.

Dopo un periodo decisamente negativo, sembriamo tutti pronti al rientro in scena di Barbie.

Nei primi anni duemila, la bionda più famosa del mondo sembrava già aver passato il testimone de La più amata dalle bambine a nuove leve decisamente più trasgressive e moderne (e anche un po’ più maiale, you know what I mean), come le Bratz: una lenta agonia, per la quale l’avvento di tablet e applicazioni for kids furono il colpo finale.

Ben pochi, in realtà, provarono a difendere la Barbie da quel brusco declino: con quelle tette e quel bacino così stretto, la figlia prediletta della Mattel non rappresentava esattamente il modello ideale per delle preadolescenti che, pochi anni dopo aver riposto le bambole sulla mensola per l’ultima volta, avrebbero riguardato il proprio corpo con severità ben maggiore di quella che avevano conosciuto nell’infanzia.

Tutti quei soldi piovuti da chissà dove, i tacchi 14 fissi e un’ossessione da TSO per il rosa non hanno perorato molto la causa di Barbie, divenuta soprattutto dopo gli anni ’90 il simbolo della frivolezza femminile. Un bel problema, soprattutto in anni in cui andava ridefinendosi il principio di parità di genere, dopo la sbornia esibizionista degli anni ’80: un’evoluzione di costume che passò, purtroppo, anche dalla constatazione che mai avremmo potuto avere quello che desideravamo. 

Ecco l’indimenticabile contributo alla scienza degli Aqua, che con il loro immortale pezzo Barbie Girl ci hanno restituito un prezioso ritratto della Barbie ridens, chiaramente accompagnata da un Ken in piena Sindrome di Stoccolma.

Un triste finale per una bambola che, quarant’anni prima, rappresentò per le bambine dell’epoca la dirompente novità di non giocare più accudendo qualcuno, ma inscenando col tramite di una bambola già adulta sogni e desideri non necessariamente connessi alla maternità.

C’era bisogno di un’operazione di riposizionamento del prodotto sul mercato, che sovvertisse il giudizio negativo che negli anni si era andato a consolidare contro le Barbie.

Da questo punto di vista, la mostra Barbie. The Icon (partita in Italia da Milano nel 2015 e giunta poi a Roma e Bologna) ha rappresentato un interessante esperimento culturale, nonché il primo passo di una strategia commerciale da veri intenditori.

La Mostra, prodotta da 24 Ore Cultura – Gruppo 24 ore in collaborazione con Mattel e curata da Massimo Cappella, restituisce a Barbie la dimensione che ha, indiscutibilmente, conquistato negli anni: quella di icona, nel senso più puro del termine.

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Anche gli Psicomunicatori vanno a vedere la mostra di Barbie, chiaramente per ragioni di studio.

Barbie rappresenta il sogno, la bellezza, un lusso che non conosceremo mai in un periodo della vita in cui tutto sommato non ce ne frega nulla: è irraggiungibile, ma ci va benissimo così.

L’installazione della mostra strizza assai intelligentemente l’occhio non alle bambine, ma alle loro madri: l’immagine coordinata, rosa di quel rosa Barbie che tutte noi abbiamo imparato a riconoscere fin dalla più tenera età, come un riflesso pavloniano; le immagini di repertorio, che raffigurano solo Barbie prodotte prima del 1995; l’interessante parallelo storico tra le Barbie prodotte e le vicende storiche di quegli anni, che spesso hanno visto il proprio coronamento in una bambola ad hoc; interi scaffali dedicati agli stilisti che hanno disegnato abiti per le Barbie, molti dei quali decisamente molto più sessualizzati di quanto un genitore desidererebbe per i propri figli; riferimenti continui ad una cultura pop che non è e non sarà mai appannaggio di chi nasce negli anni 10, ma neppure negli anni 2000.

Leitmotiv della mostra è stato “Barbie è una donna sicura di sé, che si mantiene da sola e ha fatto mille lavori”. Questo è vero, in effetti.

Abbiamo Barbie veterinaria, Barbie pilota, Barbie presidente degli Stati Uniti (prodotta in diverse versioni, la prima delle quali nel 2008; ben prima che una donna si avvicinasse al colpaccio nella Casa Bianca).

Negli ultimi mesi, la consacrazione. Una lunga serie di video virali diffusi attraverso i profili social di Barbie ha definitivamente premiato il new deal promosso dalla Mattel: con l’hashtag #PuoiEssereTuttoCiòCheDesideri (in inglese: #YouCanBeAnything) –  e le inevitabili condivisioni globali che danno il giusto tocco di viralità –  Barbie si fa protagonista di un processo di empowerment delle nuove generazioni, che possono cambiare il mondo con la loro forza. Questa intenzione in realtà è da sempre stato anche quello di Ruth Handler, creatrice della Barbie:

“My whole philosophy of Barbie was that, through the doll, the girl could be anything she wanted to be. Barbie always represented the fact that a woman has choices“.

Il punto di rosa resta sempre quello, abbacinante; ritornano a gran forza le bambole “professionali”, negli ultimi anni soppiantate da quelle che riproducevano uno stile anziché un altro (una probabile ed infelice imitazione delle Bratz); accanto alle bambine compaiono, per la prima volta, dei maschietti (in netto anticipo rispetto alle nostre abitudini, che classificano le Barbie come il gioco da femmine per antonomasia).

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Oh, cielo! Mio figlio gioca con le Barbie!

Il tone of voice è rassicurante, ispiratore: anche qui il messaggio è direttamente rivolto alle madri, con le quali il content manager sembra condividere le stesse attenzioni e premure che le sue lettrici (ed ex giocatrici di Barbie) riservano per la propria prole. I frequenti richiami alla storia di Barbie innescano in chi segue la pagina un piacevole viaggio nel tempo, il costante richiamo alla maternità mantiene l’attenzione sulla propria identità di genitore e potenziale cliente per procura.

“Ma che noia, quindi si pensa solo alle mamme?”. No, e qui c’è il vero genio.

(E c’è ovviamente un hashtag, in inglese #dadswhoplaybarbie)

Con questo spot le responsabilità di accudimento ritornano equamente sulle spalle di entrambi i genitori; ogni tentativo di machismo scompare di fronte al sorriso delle proprie bimbe e scopriamo che ben il 92% dei padri appoggia le scelte delle proprie figlie. Certo non è ben chiaro come questo sondaggio sia stato realizzato, e non capiremo mai quali tipi di resistenze un padre potrebbe opporre alle scelte di una seienne (giocare a campana anziché a mosca cieca? La gonna rosa invece di quella panna? Chissà), ma l’obiettivo è stato perfettamente centrato.

Famiglia. Amore. Sostegno. Futuro. Ed una bionda che abbiamo sempre preso per scema, ma che evidentemente tanto scema non è.

(Immagini presi dalla pagina facebook di Barbie Italia. Tranne quella della mia faccia. Beh, quella è la mia faccia).