GIUSEPPE RUSSO – LA GUERRA DIMENTICATA: ti racconto una storia, anzi La storia (della seconda guerra mondiale in Campania)

GIUSEPPE RUSSO – LA GUERRA DIMENTICATA: ti racconto una storia, anzi La storia (della seconda guerra mondiale in Campania)
La storia non è quella dei libri, o almeno non solo. La storia è ciò che accade quotidianamente, e soprattutto ciò che è accaduto a chi ci ha preceduto. Non esserne consapevoli significa negare un’evidenza e, soprattutto, mettere a rischio la propria identità. Giuseppe Russo, nella sua trilogia “I caduti di pietra”, giunta al suo secondo volume “La guerra dimenticata”, ci racconta la storia dal punto di vista dei nostri beni culturali e delle nostre tradizioni deturpate da strategie politiche e guerra.
Giuseppe Russo, lo scorso novembre, ha pubblicato il secondo testo della sua trilogia “I caduti di pietra”, volume dedicato allo scempio di vite e di cultura in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. “La guerra dimenticata”, ultima pubblicazione lanciata l’otto novembre 2016 a Caserta, prosegue il discorso iniziato da I caduti di pietra, storia di una regione in cui cadde anche la cultura (Campania 1940-1943), ampio progetto che prevede, nel 2018, anche l’uscita di un terzo e conclusivo capitolo dedicato a tutto il territorio nazionale. Il suo lavoro, basato su ricerca scientifica ma affrontato con lo spirito della divulgazione e la curiosità storica, commemora le vittime civili del secondo conflitto mondiale, ma soprattutto analizza e ci ricorda lo scempio di monumenti, edifici, piazze, chiese, musei, biblioteche, università e archivi che, in linea con le azioni terroristiche di oggi, più che a una vittoria di guerra mirava a “distruggere il morale” della popolazione.

guerra dimenticata
La guerra dimenticata

 

 

Ho incontrato Giuseppe in un pomeriggio di maggio, alla vigilia della presentazione de “La Guerra Dimenticata” all’Istituto Superiore di Scienze Religiose a Caserta. È con me a un tavolo di un bar, insieme alla moglie e alla figlia, entrambe complici e sostenitrici di questo storico atipico, nato e cresciuto nell’informatica e, dalla laurea in poi, studioso della Seconda guerra mondiale per amore del nostro Paese e delle sue bellezze.

Il tema della tua trilogia racconta una storia meno nota, abbastanza lontana dalle fonti ufficiali. Come ti è venuta questa idea?

Ho una formazione da informatico, ma ho sempre avuto un particolare interesse per la storia: sono cresciuto con le storie di guerra dei miei genitori, e quando mi sono sposato ho ascoltato quelle dei miei suoceri. Da ragazzo poi, come tutti i miei coetanei, frequentavo la Reggia di Caserta: allora non la vivevamo solo come un monumento, ma come una mamma di pietra, un luogo di aggregazione del quale ero letteralmente innamorato. Il “colpo di grazia” l’ho poi avuto preparando la tesi di laurea con il professore, e storico della SUN, Paolo De Marco, che mi aveva affidato l’incarico di archiviare e revisionare alcune foto e documenti della Seconda guerra mondiale: confrontando la Campania di oggi e quella di allora ho avuto modo di osservare dei “micromovimenti” che mi hanno suggerito un altro modo di vedere la storia, ed è proprio da questo che sono partito. Notai le enormi devastazioni subite dagli edifici civili, dalle piazze, dai locali di ritrovo, dai beni culturali, addirittura i cambiamenti mentali e culturali portati dalla guerra che nei testi ufficiali difficilmente sono riportati. Da qui il desiderio di riportare alla luce quelle storie di quotidianità che con i bombardamenti sono state perse. Tra l’altro sono personalmente convinto che, quando parliamo di una guerra, dobbiamo parlare anche della perdita di capitale umano, ovvero di tutte quelle vite che sono state bruscamente interrotte e che avrebbero potuto cambiare, magari, la storia del nostro Paese. Ad ogni modo, pur parlando di questioni serie il mio ideale è trasmettere il concetto che la storia può essere divertente e far capire a tutti che, soprattutto, essa è composta da piccole azioni quotidiane che riguardano tutti noi e successivamente si amalgamano nella storia dell’intero popolo.

Raccontaci qualcuna di queste azioni.

Tra gli aneddoti più divertenti che racconto, il mio preferito è la “guerra dei coppini”: si parte da una situazione assai triste, ossia l’obbligo che ricorreva di cedere gioielli di famiglia, targhe metalliche della propria professione e pezzi della propria vita, come i corredi domestici, perché il fascismo aveva bisogno di costruire armi per le nostre forze armate. In questa situazione, non facile né piacevole, le donne lottavano con forza perché almeno le pentole non fossero loro confiscate. Molte dicevano addirittura di preferirsi “con le corna piuttosto che senza coppini”, appunto. Erano donne semplici, ma forti e capaci di sostenere il peso dell’intera famiglia, anche se in quel difficile periodo storico avevano, spesso, il solo corredo della cucina come “arma per la sopravvivenza”,  e riuscirono a fare miracoli sotterrando pentole e mestoli nei giardini per evitare di restare senza la possibilità di cucinare per gli amati figli.

La storia, però, è anche fatta di sport e tifo, e magari farà piacere ai tifosi del Napoli sapere che la propria squadra, che rappresenta non solo la città ma l’intera regione, è stata una delle prime società in Italia ad avere un proprio stadio. Costruito per dare una “casa” alla neonata squadra del Gioco Calcio Napoli, sorta nel 1926, lo storico “Stadio Ascarelli” fu usato anche in occasione dei mondiali del 1934. Purtroppo fu bombardato e centrato più volte e mai più ricostruito, lasciando un vuoto poi colmato dal San Paolo di proprietà del comune. A parte questo, ci sono tanti episodi che ci ricordano che Napoli, prima della Seconda guerra mondiale, poteva vantare ricchezze e forza industriale. Basti pensare a La Precisa, una delle imprese più fiorenti del sud Italia prima convertita in fabbrica di armamenti e poi bombardata e definitivamente abbandonata; o all’Alberti di Benevento, la famosa fabbrica che ancora oggi produce il saporitissimo liquore Strega, che con un solo macchinario superstite dopo i bombardamenti del 43 è riuscita, in pochi anni, a riprendere le esportazioni. Io ritengo sia stato il primo vero esempio di “miracolo economico italiano”. Anche qui la guerra ha segnato la storia, per una volta in senso positivo: l’Alberti, alla luce delle proprie esperienze, ha deciso di istituire un premio ispirato al premio Nobel, perché la bellezza dell’arte e della letteratura  potesse cancellare le brutture della guerra ed evitare che si ripetessero: il premio Strega, appunto.

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(Uno dei terribili bombardamenti subiti da Napoli durante la guerra) Image courtesy of Nara, USA.

Da quello che racconti sembra che l’Italia dopo la Grande Guerra stesse trovando un suo equilibrio. Eppure sembra fosse un equilibrio abbastanza precario…

La Prima guerra mondiale in realtà non era finita: erano tanti i segnali che avrebbero permesso, ad un occhio più smaliziato, di capire cosa stava bollendo in pentola. Nelle città si cominciarono a creare sistemi di protezione attorno alle opere d’arte, a “impacchettarle”, e tutti i metalli che potevano essere messi da parte cominciarono a sparire. Gli orti urbani, che oggi sono una cosa assolutamente positiva e come tali vennero celebrati anche negli anni trenta, ma solo per propaganda, avevano in realtà un’unica funzione: nascondere la mancanza di risorse alimentari.

“La Guerra dimenticata” è un’opera in tre volumi, i primi due dei quali si concentrano maggiormente su Napoli e Caserta. Parli spesso di Napoli come “città martire” eppure non era la città più ricca d’Italia, né la più grande. Perché quest’accanimento?

Napoli è stata una città “martire” per una serie di ragioni: per la concentrazione altissima di opere di interesse culturale, per le fabbriche fiorenti, per la presenza di uno dei porti più grandi di Italia. Un’operazione puramente militare avrebbe potuto colpire altre città, o puntare espressamente su obiettivi militari, e invece no. Obiettivo dei bombardamenti era destabilizzare la popolazione, colpirla nell’animo. Un po’ come attualmente fanno i terroristi colpendo locali tipo il Bataclan a Parigi. Il nord Italia aveva industrie e ugualmente importanti centri monumentali, ma era più difficile da colpire all’inizio della guerra; il centro Italia aveva la protezione del papa e per anni fu fuori dalla portata dei bombardieri. Il sud Italia era un bersaglio ideale. La Campania, poi, era regione strategica per i porti, i collegamenti diretti con la capitale e per tante altre ragioni storiche che il lettore scoprirà nel testo. Ed è per questo motivo che la mia trilogia parte da Napoli e dalle città della Campania. Non è mero campanilismo regionale, ma piuttosto la rilettura precisa dei motivi che fecero di Napoli la città più bombardata in Italia durante la guerra, quella con il maggior numero di perdite civili e culturali e la prima grande città a liberarsi da sola dai nazisti pochi giorni prima dell’arrivo degli angloamericani. E’ dalla Campania che parte la vera storia della guerra in Italia.

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(La distruzione della Cattedrale di Benevento, e di tutto il centro storico della città, è testimonianza diretta dei bombardamenti terroristici che subì la nostra regione soprattutto dal 1943) Image courtesy of Nara, USA.

Con i tuoi studi hai avuto sicuramente accesso a documenti importanti: eppure, dalle tue testimonianze emerge molto spesso la voce autentica del popolo: cosa ti permette di avere così tanti contributi?

Il mio essere scrittore è stato permesso dalle circostanze, ma anche dalle reti di relazioni che volta per volta si sono ampliate e hanno permesso di dare seguito alla mia opera, prima con un secondo libro e poi con un terzo, che vedrà la luce nel 2018. Molti degli incontri più fortunati sono avvenuti proprio durante le presentazioni. Ad esempio, durante la presentazione a Villaricca ho conosciuto il nipote di un soldato di artiglieria che aveva perso la vita a Padova: da questo confronto ho avuto molte informazioni che confluiranno nel terzo testo, e il 26 maggio sarò a Ponte San Nicolò (Padova) per presentare “La guerra dimenticata” grazie all’ANPI e con la partecipazione proprio del Comitato Mura, l’Associazione che si occupa di recuperare la memoria dei bombardamenti su Padova dove morì, appunto, Benedetto Ferriol, il nostro conterraneo massacrato nel Bastione Impossibile durante l’attacco dell’8 febbraio 1944. Abbiamo unito, grazie alla cultura, la storia della Campania, quella di Padova e quella di tante anime innocenti vittime di una vera e propria guerra terroristica. Se, infatti, finora mi sono concentrato molto nel sud, varie vicende mi stanno portando sempre più spesso al nord, dove l’interesse per questi temi è cresciuto, e stanno indirizzando le mie ricerche verso l’America e la Gran Bretagna, dove mi recherò presto per recuperare nuove foto delle nostre città massacrate dai bombardamenti, dalle ritorsioni naziste e dall’occupazione angloamericana. Per il passato e per il presente ringrazio intanto, tra gli altri, l’Ammiraglio Pio Forlani, che ha scritto una bellissima prefazione, e Domenico Valeriani, Presidente del Consiglio Comunale di quella Bellona che è stata vittima di una delle stragi più brutali della storia di Italia, e Antonietta Cutillo, sopravvissuta al bombardamento del rifugio di Corso Trieste a Caserta che ha subito accolto la mia ricerca con attenzione, concedendomi una fondamentale intervista. Tra l’altro devo segnalare che a breve vi sarà l’aggiornamento del testo, e in questa seconda edizione, oltre a nuove foto e mappe, vi sarà la storia della strage di Campagnola grazie all’interessamento del Comune di Marzano Appio, il quale ha concesso il patrocinio insieme alle Città di Bellona e Mignano Monte Lungo, e a due fondamentali Associazioni territoriali: l’A.N.F.I.M. e la Onlus Ciò che vedo in città – S.Maria C.V. A tutte queste amministrazioni e a queste associazioni devo i più sentiti ringraziamenti per il supporto morale e culturale prestato al mio progetto.

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(Il testo, come si nota dall’immagine di benvenuto in presentazione, è patrocinato da diverse amministrazioni e associazioni)

Ho idea che il tuo libro possa avere qualche avversario: come è stato accolto?

In realtà non ho avuto particolari problemi, anche perché cerco di essere sempre molto obiettivo. Quando citi fatti reali, non c’è nulla che ti possano recriminare. C’è qualche neoborbonico che avrebbe voluto strumentalizzare ciò che dico, ma non ho prestato il fianco a questa possibilità: anzi, affermazioni che condannano l’Unità d’Italia lasciano intendere un’assoluta inconsapevolezza di quello che sarebbe successo se non fossimo diventati un unico paese. Saremmo stati abbandonati, con dei sovrani che giustamente pensavano più al loro tornaconto che alla nostra città. Quindi no, mi tengo ben lontano da queste teorie. Quello che più mi preoccupa però è la rivalutazione del fascismo che vedo da più parti. Io sono il primo a dire che “col fascismo ci sono state anche cose buone”: penso alla legge Bottai, la prima che ha tutelato i nostri Beni Culturali e li ha difesi anche dallo stesso Mussolini che già aveva donato con troppa leggerezza all’alleato Hitler alcune nostre opere. Ma da qui a dire che questo periodo storico debba essere rivalutato, ce ne vuole. Io sono per l’oggettività. Bisogna far parlare i documenti, che dicono, guarda caso, che la nostra Italia era impreparata per la guerra in modo drammaticamente chiaro. Lo affermavano i vertici dell’amministrazione dell’epoca, eppure alcuni ancora credono in quell’azzardo che Mussolini fece, portando il Paese verso il baratro. Bisogna leggere “le carte” come si dice spesso.

Come è stata organizzata la pubblicazione di questi testi?

Ho scelto di autopubblicarmi: all’inizio è stata una necessità, ma oggi sono felice di averlo fatto. Sono stato libero,e sono libero, dalla prima all’ultima pagina: oggi ho qualche editore che mi fa la corte, ma credo che continuerò come ho fatto finora, senza vincoli. Se poi c’è qualcuno che vuole lasciar spazio totale all’autore senza restrizioni politiche o comunicative, allora sono qui, pronto a valutare insieme ai professionisti del settore.

Libero, curioso e dotato del naturale dono di fare rete, Giuseppe Russo ha trovato la sua strada nella ricerca storica: staremo a vedere cosa farà dopo il terzo volume della trilogia: si dedicherà ad un altro periodo storico o proseguirà nelle sue ricognizioni sulla Seconda guerra mondiale?

 

Dalla bambola dei sogni al marketing aspirazionale: il ritorno (in grande stile) di Barbie

Dalla bambola dei sogni al marketing aspirazionale: il ritorno (in grande stile) di Barbie

Quante di noi hanno giocato da bambine con la Barbie? Feticcio immancabile nelle camerette delle attuali trenta/quarantenni – e forse custodite ancora da qualche fanciulla degli anni ’90 – la bambola più amata, criticata e iconica di sempre ritorna dopo un decennio non proprio brillante nelle case delle bambine di oggi.

Passando dal cuore di chi non l’ha mai dimenticata: le bambine di trent’anni fa, le mamme degli anni 10. E dandoci, come sempre, un’eccellente lezione di marketing.

Dopo un periodo decisamente negativo, sembriamo tutti pronti al rientro in scena di Barbie.

Nei primi anni duemila, la bionda più famosa del mondo sembrava già aver passato il testimone de La più amata dalle bambine a nuove leve decisamente più trasgressive e moderne (e anche un po’ più maiale, you know what I mean), come le Bratz: una lenta agonia, per la quale l’avvento di tablet e applicazioni for kids furono il colpo finale.

Ben pochi, in realtà, provarono a difendere la Barbie da quel brusco declino: con quelle tette e quel bacino così stretto, la figlia prediletta della Mattel non rappresentava esattamente il modello ideale per delle preadolescenti che, pochi anni dopo aver riposto le bambole sulla mensola per l’ultima volta, avrebbero riguardato il proprio corpo con severità ben maggiore di quella che avevano conosciuto nell’infanzia.

Tutti quei soldi piovuti da chissà dove, i tacchi 14 fissi e un’ossessione da TSO per il rosa non hanno perorato molto la causa di Barbie, divenuta soprattutto dopo gli anni ’90 il simbolo della frivolezza femminile. Un bel problema, soprattutto in anni in cui andava ridefinendosi il principio di parità di genere, dopo la sbornia esibizionista degli anni ’80: un’evoluzione di costume che passò, purtroppo, anche dalla constatazione che mai avremmo potuto avere quello che desideravamo. 

Ecco l’indimenticabile contributo alla scienza degli Aqua, che con il loro immortale pezzo Barbie Girl ci hanno restituito un prezioso ritratto della Barbie ridens, chiaramente accompagnata da un Ken in piena Sindrome di Stoccolma.

Un triste finale per una bambola che, quarant’anni prima, rappresentò per le bambine dell’epoca la dirompente novità di non giocare più accudendo qualcuno, ma inscenando col tramite di una bambola già adulta sogni e desideri non necessariamente connessi alla maternità.

C’era bisogno di un’operazione di riposizionamento del prodotto sul mercato, che sovvertisse il giudizio negativo che negli anni si era andato a consolidare contro le Barbie.

Da questo punto di vista, la mostra Barbie. The Icon (partita in Italia da Milano nel 2015 e giunta poi a Roma e Bologna) ha rappresentato un interessante esperimento culturale, nonché il primo passo di una strategia commerciale da veri intenditori.

La Mostra, prodotta da 24 Ore Cultura – Gruppo 24 ore in collaborazione con Mattel e curata da Massimo Cappella, restituisce a Barbie la dimensione che ha, indiscutibilmente, conquistato negli anni: quella di icona, nel senso più puro del termine.

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Anche gli Psicomunicatori vanno a vedere la mostra di Barbie, chiaramente per ragioni di studio.

Barbie rappresenta il sogno, la bellezza, un lusso che non conosceremo mai in un periodo della vita in cui tutto sommato non ce ne frega nulla: è irraggiungibile, ma ci va benissimo così.

L’installazione della mostra strizza assai intelligentemente l’occhio non alle bambine, ma alle loro madri: l’immagine coordinata, rosa di quel rosa Barbie che tutte noi abbiamo imparato a riconoscere fin dalla più tenera età, come un riflesso pavloniano; le immagini di repertorio, che raffigurano solo Barbie prodotte prima del 1995; l’interessante parallelo storico tra le Barbie prodotte e le vicende storiche di quegli anni, che spesso hanno visto il proprio coronamento in una bambola ad hoc; interi scaffali dedicati agli stilisti che hanno disegnato abiti per le Barbie, molti dei quali decisamente molto più sessualizzati di quanto un genitore desidererebbe per i propri figli; riferimenti continui ad una cultura pop che non è e non sarà mai appannaggio di chi nasce negli anni 10, ma neppure negli anni 2000.

Leitmotiv della mostra è stato “Barbie è una donna sicura di sé, che si mantiene da sola e ha fatto mille lavori”. Questo è vero, in effetti.

Abbiamo Barbie veterinaria, Barbie pilota, Barbie presidente degli Stati Uniti (prodotta in diverse versioni, la prima delle quali nel 2008; ben prima che una donna si avvicinasse al colpaccio nella Casa Bianca).

Negli ultimi mesi, la consacrazione. Una lunga serie di video virali diffusi attraverso i profili social di Barbie ha definitivamente premiato il new deal promosso dalla Mattel: con l’hashtag #PuoiEssereTuttoCiòCheDesideri (in inglese: #YouCanBeAnything) –  e le inevitabili condivisioni globali che danno il giusto tocco di viralità –  Barbie si fa protagonista di un processo di empowerment delle nuove generazioni, che possono cambiare il mondo con la loro forza. Questa intenzione in realtà è da sempre stato anche quello di Ruth Handler, creatrice della Barbie:

“My whole philosophy of Barbie was that, through the doll, the girl could be anything she wanted to be. Barbie always represented the fact that a woman has choices“.

Il punto di rosa resta sempre quello, abbacinante; ritornano a gran forza le bambole “professionali”, negli ultimi anni soppiantate da quelle che riproducevano uno stile anziché un altro (una probabile ed infelice imitazione delle Bratz); accanto alle bambine compaiono, per la prima volta, dei maschietti (in netto anticipo rispetto alle nostre abitudini, che classificano le Barbie come il gioco da femmine per antonomasia).

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Oh, cielo! Mio figlio gioca con le Barbie!

Il tone of voice è rassicurante, ispiratore: anche qui il messaggio è direttamente rivolto alle madri, con le quali il content manager sembra condividere le stesse attenzioni e premure che le sue lettrici (ed ex giocatrici di Barbie) riservano per la propria prole. I frequenti richiami alla storia di Barbie innescano in chi segue la pagina un piacevole viaggio nel tempo, il costante richiamo alla maternità mantiene l’attenzione sulla propria identità di genitore e potenziale cliente per procura.

“Ma che noia, quindi si pensa solo alle mamme?”. No, e qui c’è il vero genio.

(E c’è ovviamente un hashtag, in inglese #dadswhoplaybarbie)

Con questo spot le responsabilità di accudimento ritornano equamente sulle spalle di entrambi i genitori; ogni tentativo di machismo scompare di fronte al sorriso delle proprie bimbe e scopriamo che ben il 92% dei padri appoggia le scelte delle proprie figlie. Certo non è ben chiaro come questo sondaggio sia stato realizzato, e non capiremo mai quali tipi di resistenze un padre potrebbe opporre alle scelte di una seienne (giocare a campana anziché a mosca cieca? La gonna rosa invece di quella panna? Chissà), ma l’obiettivo è stato perfettamente centrato.

Famiglia. Amore. Sostegno. Futuro. Ed una bionda che abbiamo sempre preso per scema, ma che evidentemente tanto scema non è.

(Immagini presi dalla pagina facebook di Barbie Italia. Tranne quella della mia faccia. Beh, quella è la mia faccia).

Diletta Leotta a Sanremo: di spacchi, colpevolizzazione della vittima e autodeterminazione

Diletta Leotta a Sanremo: di spacchi, colpevolizzazione della vittima e autodeterminazione

Poche cose mi interessano meno di Sanremo. No, non sono snob: è che proprio non ho la pazienza di stare di fronte al televisore per più di un’ora, figuriamoci per una roba che ha un principio di serialità e che ruota attorno, peraltro, a cose che mi interessano ancora meno di Sanremo stesso.

Persino i vestiti, che sono una cosa che di solito attira in maniera consistente la mia attenzione, rubano al mio zapping convulso pochi istanti: il tempo di dire: è bello/è brutto/fa volgare, e me li sono dimenticati.

Una cosa che normalmente, invece, mi ruba abbastanza tempo ed energie è spiegare ai giovani – ed in particolare alle giovani donne – che esiste una cosa chiamata autodeterminazione. Che non è un vestito, un atteggiamento, un modo di fare a decidere cosa sia una persona e che, soprattutto, non sia nessuna di queste cose a decidere se si è meritevoli o meno di qualcosa. Che i miei gusti sono, per definizione, solo e soltanto miei e che non sono categoria probante del bene e del male.

L’autodeterminazione è un diritto: significa decidere di sé e del proprio destino nei limiti della libertà altrui e della legge.  Mi piace quello che fai? Forse sì, forse, no; ma se non stai commettendo un crimine e non stai facendo qualcosa ai miei danni, potrò al massimo andare a piagnucolare dal mio parrucchiere.

L’autodeterminazione è uno status quo, sei tu che decidi di affermarla per te stesso: è assai insolito, e profuma di fascismo, pensare che il diritto all’autodeterminazione possa essere concesso nella sostanza, nei tempi o nei modi. Che poi è quello che successo ieri alla povera Diletta Leotta, giornalista di Sky particolarmente nota per l’oggettiva avvenenza e per il furto di qualche mese fa di alcuni suoi scatti intimi.

La Leotta, invitata per dire la sua in occasione della Giornata contro il Bullismo, pur nella vergogna e nel dolore del momento, non si è tirata indietro e ha denunciato il sopruso subito: ha quindi invitato tutti coloro che si trovino nella stessa situazione a fare altrettanto.

Bene, brava, bis. Il punto è che la giovane Leotta ha ben pensato di portare sul palco dell’Ariston questa sua importante testimonianza indossando un vestito decisamente poco minimal: corpetto strizzato, gonna con maxi spacco e nessuna intenzione di nascondere le proprie grazie.

È così avvenuto che Diletta Leotta, dall’essere palesemente una vittima – degli hacker, dei maiali che hanno condiviso le sue foto, di chi ha riso di lei – è divenuta colei che parla di privacy con la patata al vento. La giustiziera con le tette da fuori. Ma guardala che incoerente! Prima si lamenta che diffondono le sue foto nature e poi non si veste per andare in televisione!

Prendiamo ad esempio, sicuramente per ultimi, il tweet che Caterina Balivo ha dedicato a Diletta Leotta. Perchè, ricordiamolo, scegliere di mettere uno spacco è un reato contro la privacy.
Prendiamo ad esempio, sicuramente per ultimi, il tweet che Caterina Balivo ha dedicato a Diletta Leotta. Perchè, ricordiamolo, scegliere di mettere uno spacco è un reato contro la privacy.

Opinionisti, maitre a penser più o meno discutibili e donne di spettacolo più o meno vicine al tema dell’emancipazione femminile si sono espressi sulla questione con poco garbo e, soprattutto, nessun rispetto di una vicenda umana assai dolorosa.

Fatemi spiegare qui, in pochi punti, dov’è il tremendo bias cognitivo che ci porta a pensare che una donna poco vestita sia una donna che merita un atteggiamento così terribile.

Lo spazio personale, ossia Se lo puoi vedere non è detto che sia tuo

Goffman definisce lo spazio personale come “lo spazio che circonda un individuo, dove la presenza di altri viene percepita come una violazione che provoca disagio e induce ad allontanarsi[1].

Sappiamo tutti cosa intende Goffman: chi non sopporta di essere toccato sulle braccia, chi si sente a disagio quando vede i propri oggetti spostati, chi non tollera un contatto visivo prolungato.

Posso definire i miei spazi personali anche con l’interazione: se IO, in scienza e coscienza, ti mando le foto del MIO culo, posso dire con certezza che siamo intimi; se IO mando le foto del mio culo a tutta la mia rubrica, vuol dire che non ho problemi né col mio culo né con i miei amici, e va ugualmente bene; se qualcun altro manda foto private del mio culo in giro beh, abbiamo un problema. E questo a prescindere dal fatto che io tenda a mostrare o meno il mio culo in giro.

In conclusione: posso andare in giro vestita da palombaro, da Wonderwoman o essere completamente nuda, ma sono comunque io a decidere se e come le mie immagini private di nudo debbano girare. Dio, ma lo stiamo davvero dicendo?

La colpevolizzazione della vittima

Se l’è cercata”. Quante volte lo abbiamo detto, pensato, o lo abbiamo sentito dire?

Ma cosa vuol dire “cercarsela”? Posso cercarmi una promozione, se studio; una faccia di schiaffi, se sono provocatoria e indisponente; una sbronza, se mi ubriaco. In molte cose, ci sono evidenti rapporti causa/effetto; ancora più spesso ci sono correlazioni.

Cos’è una correlazione? Vi faccio un esempio liberamente tratto dalla mia autobiografia: all’aumentare dei dolci a casa mia aumenta il mio girovita. Questo perché ingrasso per osmosi? No, perché ad un certo punto me li infilo in bocca: non basta la loro compresenza con la mia persona incolpevole. Eppure posso garantire che mai,e dico mai, dei cioccolatini mi sono saltati in bocca. La correlazione è quindi, in breve, “la possibilità che in concomitanza di un evento ne avvenga un altro”. Ripetiamo insieme: non è un rapporto di causa/effetto, ma di concorrenza di più variabili.

Molti uomini si dicono irresistibilmente attratti dalle donne che infastidiscono per strada, ma sono abbastanza convinta che la correlazione tra la presenza di donne in un luogo X e la molestia sia abbastanza debole: quali possono essere quindi altri eventi concomitanti? Donne da sole? Un branco di uomini? Un abbigliamento provocante?

La risposta è che dietro le molestie c’è solo una causa: la presenza di un molestatore. Alcuni elementi fungono da rinforzo positivo (ad esempio, altri uomini che esaltano le “doti” del loro amico), altri ancora possono rappresentare una facilitazione (donne in piccoli gruppi o sole), altri infine sono ormai riconosciuti universalmente come giustificazioni “valide” (un abbigliamento alla “Leotta”, per capirci.

Purtroppo, la psicologia ingenua tende a fare di tutta l’erba un fascio, e tutti questi elementi diventano cause non solo verosimili, ma anche rinforzate dalla comunità. Poter prevedere l’occorrenza di un evento ci serve ad esorcizzarlo: e pensare che possiamo mettere in campo delle strategie per evitarlo, che possiamo insegnarle alle nostre figlie, ci rassicura. Quindi dobbiamo pensare che solo le zoccole saranno molestate, e che le zoccole sono quelle che hanno un aspetto vistoso. Purtroppo la realtà ci insegna ben altro, ma dire che qualcun altro è cattivo è sempre terapeutico.

In realtà…

L’abbigliamento non ci definisce: può aiutarci ad assomigliare all’immagine che abbiamo di noi (più sensuale, timida, spiritosa..), ma non dice nulla di più

Essere sexy e volerlo dimostrare è legittimo, e non c’è nulla di male

Il fatto che gli uomini ribadiscano certe convenzioni sociali è terribile; il fatto che le donne facciano altrettanto è semplicemente suicida.

[1] Goffman, E., Interaction ritual. Essays on face-to-face behavior, New York 1967 (tr. it.: Il rituale dell’interazione, Bologna 1988).

Il Mann lancia Father and son: quando lo storytelling si fa con i videogiochi

Il Mann lancia Father and son: quando lo storytelling si fa con i videogiochi

Diciamoci la verità: se oggi apprezzi i musei, non è detto che tu lo abbia fatto anche da piccolo.

Ricordo distintamente quando, durante le gite scolastiche, con un pesantissimo zaino sulle spalle e oltre 20 testoline davanti alla mia, fingevo di interessarmi a cose che non capivo (sì, sono una paracula since 1983).

Merito di questo scarso amore per l’arte fu probabilmente l’assenza di strumenti che mi avvicinassero effettivamente ad essa, ad una comprensione di quello che mi si parava davanti: l’età, la curiosità per la storia ed il senso estetico che pervade ogni molecola della mia esistenza hanno permesso il mio riavvicinamento ai musei ben dopo i 20 anni, e certamente non potrei definirmi un’esperta.

Quindi, lodi al Mann (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) che ha prodotto un videogioco, destinato a un pubblico di tutte le età.

“Father and Son”, questo il titolo del videogame, rappresenta un’esperienza unica a livello mondiale: mai un museo si era infatti spinto così tanto nella battaglia tra il mondo delle belle arti e quello della tecnologia.

Uno storytellig di classe che viaggia attraverso le epoche
Uno storytellig di classe che viaggia attraverso le epoche

Trait d’union tra due galassie così distanti sarà, come spesso capita, la bellezza; nello specifico, la bellezza di Napoli, con le sue celebri opere e l’architettura dei suoi luoghi: ben tre chilometri di strade napoletane sono state disegnate a mano per la realizzazione del videogioco, con una precisione ed un’attenzione al dettaglio quasi commoventi.

Altrettanto importante sarà la storia dietro alla (bellissima) grafica: come suggerisce lo stesso titolo, Father and Son intende raccontare i rimpianti di un archeologo troppo innamorato del proprio lavoro per accogliere nel suo cuore la propria famiglia, e la recherche du temps perdu, di un figlio che, a partire dagli appunti nascosti al Museo Archeologico di Napoli, partirà per un viaggio attraverso il tempo e le storie di una città antica e moderna, piena di contraddizioni e di incanto.

“Father and Son”, videogioco realizzato in inglese e italiano, sarà rilasciato gratuitamente e senza contenuti pubblicitari a marzo 2017 su Apple Store e Google Play.

Una delle illustrazioni di Napoli realizzate per Father and Son
Una delle illustrazioni di Napoli realizzate per Father and Son

È già on line il sito ufficiale www.fatherandsongame.com,  dove il visitatore potrà visualizzare un’anteprima dei contenuti del videogioco nonché inviare una lettera ad una persona a lui cara. Un’idea di interazione che si ricollega all’incipit ed alla copertina attuale del gioco: la lettera che il padre scrive al figlio, chiedendogli scusa per le sue assenze e invitandolo a ricercare le sue ragioni.

Sono state attivate anche la pagina FB (https://www.facebook.com/fatherandsongame ) ed il profilo Twitter (https://www.twitter.com/FatherandSonVG ) del gioco.

L’ideazione di un videogame che abbia come contenuto il Museo Archeologico Nazionale si deve al Prof. Ludovico Solima – ha spiegato Paolo Giulierini, direttore del MANN –mentre la sua realizzazione a Fabio Viola. Ci permette di raggiungere uno degli obiettivi fondanti del Piano Strategico: la connessione con il pubblico, sia quello che visita il museo sia quello virtuale. In tutto il mondo si potrà interagire con i contenuti storici del nostro Istituto e della città di Napoli attraverso questo peculiare strumento, che ormai va annoverato tra le nuove forme d’arte, non si può che essere soddisfatti della nostra disseminazione culturale”. Ha contribuito ai contenuti del videogioco anche il prof. Ludovico Solima (Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”), che ha inoltre partecipato alla redazione del “Piano Strategico 2016-2019” del Museo: obiettivo per il triennio è quello di arrivare a nuovi pubblici attraverso la tecnologia e la rete, in una prospettiva di audience engagement, cioè di coinvolgimento attivo del visitatore.

Anche il mondo dell’Arte, quindi, sembra pronto ad una nuova sfida: comunicare in modo più moderno, più al passo con i tempi. Una nuova strategia di storytelling che, si spera, riuscirà ad attrarre l’attenzione di giovani e giovanissimi molto più dei rimbrotti dei loro insegnanti.

Si dice ministro o ministra? Linguaggio, sessismo e nazismo grammaticale

Si dice ministro o ministra? Linguaggio, sessismo e nazismo grammaticale

Ministro o ministra? Sindaco o sindaca?

Negli ultimi mesi si sta consumando una battaglia senza esclusione di colpi tra chi sostiene la necessità di declinare le professioni secondo il genere sessuale e chi attribuisce a tale pratica il valore di una barbarie linguistica.

Da una parte del ring abbiamo Laura Boldrini, giornalista ed attuale presidente della Camera: la sua attenzione al linguaggio di genere – apparentemente inaudita – ne ha fatto una facile vittima di molti benaltristi, che ci ricordano essere ben altri, per l’appunto, i problemi dell’Italia. Una posizione non comoda, rimarcata dichiarando, nel 2013 «Chiedo da mesi, non per puntiglio, di essere chiamata “la presidente”. E invece quando si rivolgono a me mi chiamano “signor presidente”. Ora basta. Non è un puntiglio o un vuoto formalismo, bensì l’affermazione che esiste più di un genere». Dall’altra parte, ritroviamo illustri politici, ex presidenti della Repubblica e – a quanto pare, il vero fiore all’occhiello dello schieramento – Vittorio Sgarbi, illustre critico d’arte e attaccabrighe patentato. Di solito chi siede da questa parte del tavolo lamenta “l’abominio” perpetrato ai danni della lingua italiana, e la palese scorrettezza delle regole che si chiede di applicare.

A questa querelle le piazze social hanno dato notevole spazio: la posizione dominante sembrerebbe essere quella dei paladini della grammatica del secondo gruppo.  Il che è strano, visto il livello dei post che leggiamo ogni giorno su facebook, ma bene così.

Detto questo: è la Boldrini la prima ad aver posto questo problema?

Assolutamente no. Già nel 1987 Alma Sabatini stilò le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, nell’ambito della pubblicazione Il Sessismo nella lingua Italiana: il testo, promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna, si pone come obiettivo quello di “dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile”.

Il testo propone, espressamente, l’uso dei termini “ministra”, “assessora”, “avvocata” e recita, allora come se fosse stato scritto oggi “La lingua è una struttura dinamica che cambia in continuazione. Ciò nonostante, la maggior parte della gente è conservatrice e mostra diffidenza – se non paura- nei confronti dei cambiamenti linguistici, che la offendono perché disturbano le sue abitudini o sembrano una violenza contro natura”.

Persegue questa linea la linguista Cecilia Robustelli, che in collaborazione con l’Accademia della Crusca, ha pubblicato nel 2012 le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, adottate dal Comune di Firenze nell’ambito del Progetto Genere&Linguaggio. Qui si dice “In italiano il genere grammaticale dei nomi è comunemente congruo con il genere biologico del referente: i termini che si riferiscono a un essere femminile sono di genere grammaticale femminile e quelli che si riferiscono a un essere maschile sono di genere grammaticale maschile.

Non c’è nessuna ragione di tipo linguistico per riservare ai nomi di professione e di ruoli istituzionali un trattamento diverso.

Gli unici vincoli nel declinare le parole secondo il genere sono quindi quelli della grammatica, e a chi dice che “sindaca” è sbagliato, e che allora anche il pediatra deve diventare pediatro, possiamo rispondere che:

◦      Le parole terminanti in -o, -aio/-ario mutano in -a, -aia/-aria: architetta, avvocata, chirurga, commissaria, ministra, prefetta, primaria, sindaca

◦      Le parole terminanti in -sore mutano in -sora: assessora, difensora, evasora, revisora

◦      Le parole terminanti in -iere mutano in -iera: consigliera, portiera, infermiera

◦      Le parole terminanti in -tore mutano in -trice: ambasciatrice, amministratrice, direttrice, ispettrice, redattrice, senatrice

◦      Le parole terminanti in -e/-a non mutano, ma chiedono l’anteposizione dell’articolo femminile: la custode, la giudice, la parlamentare, la presidente: stessa regola per i composti con il prefisso capo-: la capofamiglia, la caposervizio

◦      Le forme in -essa e altre forme di uso comune vengono conservate: dottoressa, professoressa.

Come suggerito ancora una volta da Cecilia Robustelli per la formazione dei termini relativi a professioni e cariche istituzionali (in Dizionario del 2012, di G. Adamo e V. Della Valle, in Treccani. Il libro dell’anno 2012, pp. 266-69, p. 269).

Ma allora perché tante resistenze?

Perché, ci piaccia o meno, siamo noi stessi a scegliere dell’evoluzione di una lingua. La stessa Accademia della Crusca non disciplina le regole grammaticali, ma si limita a descriverne l’evoluzione. Se parole nate per descrivere fenomeni relativamente nuovi (“scannerizzare”, “taggare”, “cliccare”) sono ormai entrate nell’uso comune, parole vecchie usate per descrivere fenomeni nuovi (l’aumento di donne al potere) non riescono a prendere altrettanto piede. Il principio – correttissimo – che il ruolo debba prescindere dal sesso non trova nella lingua italiana uno specchio adeguato: non possediamo infatti un genere neutro, e adoperare il maschile per ambo i sessi non è di fatto corretto.

Se parole, come abbiamo visto, grammaticalmente corrette sono così osteggiate – mentre, per dire, a furia di citare indignati l’episodio di “petaloso”, rischieremo davvero di trovarcelo nel dizionario – probabilmente ci sono dei passaggi culturali che dobbiamo ancora accettare. Per esempio, dovremmo ammettere che discussioni come questa evidenzino come sulla “questione femminile” ci sia ancora da fare molto, e non per una questione linguistica: se gli unici commenti che leggiamo sono contro le “femministe del cxxxx che vogliono cambiare la grammatica” o “che cavolo vogliono queste isteriche” forse sì, c’è ancora molto da fare.

Perché tanti personaggi famosi morti nel 2016? Le risposte della psicologia

Perché tanti personaggi famosi morti nel 2016? Le risposte della psicologia

Il 2016 non passerà alla storia come uno degli anni più fortunati di sempre: dal 10 gennaio, giorno della morte di quell’icona musicale che è David Bowie, sembra che la signora con la falce si sia data particolarmente da fare, ponendo fine all’esistenza terrena di icone del pop, capi di stato e attori con una ferocia inaudita.

Qualche nome sugli altri: Bud Spencer, Ettore Scola, Gianni Rondolino, Umberto Eco, Marta Marzotto, Anna Marchesini, Zaha Hadid,  Gianroberto Casaleggio, Gene Wilder, Ermanno Rea, Carlo Azeglio Ciampi, Dario Fo, Prince, Tina Anselmi, Fidel Castro, Leonard Cohen, George Michael and least but not last (anzi, speriamo last) Carrie Fisher. Molti di questi personaggi hanno rappresentato un punto di riferimento importante per parecchi di noi; alcuni di essi sono stati veri e propri “simboli” e privarsene rende il nostro mondo un po’ più duro.

Come dice Michele Seta, indimenticato coprotagonista de L’Amico del Cuore “Tutti quanti amma murì”: la sensazione è che però nell’anno che si sta concludendo le quote – morte abbiano superato ogni limite.

Ma è davvero così?

I morti del 2016 sono davvero così tanti?

Se il peso delle perdite dell’anno appena trascorso è indubbiamente significativo, forse dovremmo rivedere la percezione “numerica” di quello che è avvenuto negli ultimi 12 mesi. In altre parole: tendiamo a sovrastimare il numero delle morti perché:

  • I media prestano maggiore attenzione a queste notizie
  • Sono scomparsi molti personaggi “iconici”
  • Ne parliamo di più

La compresenza di questi tre fattori ci lascia cadere in quelli che in psicologia si chiamano “bias cognitivi”, ossia strategie di pensiero che non poggiano sui fatti ma su nostre convinzioni ed autoinganni.

La verità è che l’essere umano è dannatamente pigro e, laddove può, mette il pilota automatico per pensare il meno possibile: in un mondo come il nostro, dove un gran numero di cose si ripresenta in maniera spesso identica, affidarsi ad euristiche di pensiero non soltanto è possibile, ma è alla base di molti processi di apprendimento.

Oggi, domani e fino alla fine dei tempi, 2 per 2 farà 4, e alla notte seguirà il giorno:

possiamo quindi ragionevolmente utilizzare questi concetti per fare di calcolo agevolmente e programmare, che so, una gita al mare, senza paura di essere smentiti. Quando mancano regole incontrovertibili, o leggi di natura, qualunque euristica sarà un azzardo: quando si parla di notizie di interesse generale, poi, il numero illimitato di voci che giungeranno alle nostre orecchie toglieranno ogni attendibilità ai nostri ragionamenti. In altre parole: creiamo degli schemi laddove non ci sono. Vediamo qui qualche esempio di bias cognitivi che ci accompagnano quando commentiamo l’ennesima morte celebre.

L’euristica della disponibilità: più una cosa è avvenuta, più avverrà

“Vai, e insegna agli angeli a cantare/ a cucinare/a tirare di scherma”. Quanti di noi hanno trovato sulla propria bacheca di facebook decine, se non centinaia di post del genere? I nuovi mezzi di comunicazione offrono un riverbero straordinario a decine di fatti e opinioni che solo 20 anni fa avremmo ignorato. La rapidità con cui i giornali on line aggiornano le proprie pagine ha portato ad un aumento enorme delle notizie che giorno dopo giorno vengono diffuse: tra queste, quelle dei lutti – soprattutto se di figure iconiche per più persone – hanno un’inevitabile eco. Uno dei bias cognitivi più frequenti è l’euristica della disponibilità, ossia la tendenza ad assegnare maggiori probabilità ad eventi molto improbabili, ma che richiamano maggiormente la nostra attenzione. Molti di noi – me compresa – si sono lanciati in improbabili toto-morto per l’anno 2016, chiedendosi chi sarebbe stato il prossimo a lasciarci. Con quali basi? Nessuna, ma ormai i vip sembravano sparire come mosche…

L’effetto alone: i personaggi famosi sono mortali, anche se non si direbbe

Alla celebrità attribuiamo, fin dalla notte dei tempi, poteri miracolosi.

Gli antichi greci innalzavano al rango di semidei i loro eroi: il terzo millennio ci ha reso più dissacranti ma non per questo meno superstiziosi. Il personaggio famoso non vive come noi, non mangia come noi, e quando muore c’è sempre qualcosa dietro. Il fatto che qualcuno abbia fatto qualcosa di straordinario, o almeno attenzionabile nella propria esistenza, gli dà uno status di “superumano”: è questo che chiamiamo effetto alone. La scomparsa di icone dei nostri tempi come Bowie e Prince ha messo in discussione un nostro assunto implicito, che sentiamo la necessità di riconfermare: per questo le morti celebri ci colpiscono tanto, spesso anche più del valore specifico che il defunto ha avuto nella nostra esistenza.

L’Effetto Rosenthal: chi cerca trova. Anche il morto

Allora, abbiamo appreso che muoiono anche le persone famose. Ne sono morte parecchie, peraltro. Cosa troveremo sui giornali? Altre notizie di morti. Questo avviene per due ragioni:

La prima è che noi siamo naturalmente attratti da quello che conferma il nostro pensiero.

Robert Rosenthal, il primo a studiare l’omonimo effetto (detto anche “effetto pigmalione” o della “profezia che si autoavvera”), mostrò come, dando a uno sperimentatore i topolini selezionati casualmente e informandolo che sono dotati di scarsa capacità, questi risultino tali ai test sperimentali. Le stesse cavie, presentate successivamente allo sperimentatore come molto intelligenti, producono risultati eccellenti. Quindi, se noi pensiamo che nel 2016 sta morendo chiunque, troveremo sui giornali ogni minuscolo trafiletto sulle morti celebri.

La seconda è che i media ci “accontentano”

Vi è mai capitato di cercare su un computer pubblico dell’intimo carino, rinnovare l’accesso e trovare pubblicità di lingerie a piè sospinto? Ecco, sappiamo tutti che il web non dimentica: paghiamo i servizi che i motori di ricerca ci danno gratuitamente cedendo un’impressionante mole di informazioni personali. Dal punto di vista commerciale, questo permette di ricostruire un profilo quasi perfetto delle nostre abitudini ed inclinazioni: ad ogni click, salirà quindi la probabilità che appaiano pubblicità a tema con le nostre preferenze, e che quindi si compri qualcosa. Questo avviene anche con le notizie che cerchiamo, chiaramente. Infine, molto più semplicemente, i giornali ripropongono con maggiore frequenza le notizie più pregnanti per i propri lettori: le morti celebri fanno parte di queste.

In breve:

Quando siamo chiamati a stimare la frequenza di un evento, spesso siamo distratti da una serie di elementi che non hanno nulla a che fare con i fatti: l’esempio dei morti del 2016 ci dimostra come bastino pochi meccanismi cognitivi ad offuscare la nostra oggettività. Quando parliamo di informazioni tutto sommato poco rilevanti per il nostro benessere, una stima più o meno precisa non ci creerà particolari problemi: se, tuttavia, applichiamo le stesse euristiche per prendere decisioni significative, le conseguenze possono essere ben più gravi. Prestiamo quindi attenzione ai nostri ragionamenti interiori: è vero, non sempre abbiamo tutte le informazioni che ci servirebbero per assumere una decisione davvero ponderata, ma è importante verificare che quanto già sappiamo sia reale, o quanto meno il più vicino possibile al vero.

 

Cos’è la depressione: un libro spassoso (e tristissimo) ce lo spiega. Guida a “Un’Iperbole e mezza” di Allie Brosh

Cos’è la depressione: un libro spassoso (e tristissimo) ce lo spiega. Guida a “Un’Iperbole e mezza” di Allie Brosh

La depressione è uno di quei concetti che hanno sviluppato un successo maggiore fuori dagli ambulatori di psichiatria che dentro: spesso autodiagnosticata a sproposito, assai di frequente tenuta a bada  con “passeggiate che tolgono ogni pensiero” o, peggio, con farmaci prescritti a mio cugino che c’ha gli attacchi di panico, per molti la depressione è una sorta di tristezza di lusso, un magone più nobile ed altezzoso delle scatole girate che di tanto in tanto affliggono ognuno di noi.

Quello che a nessuno piace sapere è che la depressione fa stare davvero male. Il DSM – 5 (il manuale che elenca i criteri diagnostici delle principali patologie psichiatriche con standard internazionali, giunto alla quinta edizione nel 2013) ci autorizza a parlare di depressione soltanto se si presentano, con continuità, almeno cinque di questi sintomi, per un periodo di almeno due settimane:

  1. umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni
  2. marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni (detta anche anedonia)
  3. significativa perdita di peso, non dovuta a dieta, o aumento di peso, oppure diminuzione o aumento dell’appetito quasi tutti i giorni.
  4. insonnia o ipersonnia quasi tutti i giorni
  5. agitazione o rallentamento psicomotori
  6. faticabilità o mancanza di energia
  7. sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati (che possono essere deliranti), quasi tutti i giorni
  8. ridotta capacità di pensare o concentrarsi, o indecisione, quasi tutti i giorni
  9. pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di morire), ricorrente ideazione suicidaria senza un piano specifico, o un tentativo di suicidio, o un piano specifico per commettere suicidio.

Per approfondimenti, ti invito a leggere qui: come ti invito a non prendere alla leggera la definizione di depressione, intendo fare altrettanto con i criteri diagnostici della stessa.

La depressione non si autodiagnostica, punto.

Se invece, quello che vuoi è capire un po’ meglio cos’è la depressione, magari perché sospetti che la tua tristezza o quella di una persona a te cara possa essere diventata un po’ troppo invasiva, ti suggerisco il divertentissimo “Un’iperbole e mezza: Il mio cane è scemo, il mondo è crudele e io sono sconnessa più che mai”, scritto – ma soprattutto illustrato – da Allie Brosh, edito in Italia da Salani.

Il libro – come ormai avviene sempre più spesso – è una raccolta dei post di maggior successo del blog Hyperbole and a Half, aperto nel 2009 dalla statunitense Allie Brosh: storie di cani, di infanzia e di depressione. In particolare la depressione della giovane Allie, classe 1985, che racconta con grande lucidità e crudele realismo la propria caduta negli abissi, la sofferenza vissuta, e la sua rinascita mai definitiva, ma che le permette di esclamare

“Forse là fuori non tutto è una merda!”.

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Io lo dico…si piange. 

Nel libro ci sono momenti molto dolorosi, come il maturarsi nella testa di Allie di ideazioni suicidarie: al dramma di queste righe si contrappongono gli esilaranti tentativi della giovane di lanciare il proprio grido d’allarme, con una serie di elucubrazioni che vengono volta per volta riconosciute come non valide.

Una narrazione che altrimenti avrebbe rischiato di essere monotematica si arricchisce con i divertenti tentativi di Allie e del suo compagno di addestrare i propri cani: un dolce bastardino palesemente ritardato ed un cane sociopatico, con i quali le ambizioni di dog whisperer dei due giovani sembrano naufragare senza speranza. Le pagine dedicate agli animali sono palesemente brillanti, e particolarmente buffe per chi ha già animali.

La tecnica grafica utilizzata che Allie utilizza per rappresentare se stessa ed il mondo che la circonda è il semplice Paint: una raffigurazione efficace, che ha ispirato diversi meme, popolari anche in Italia.

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Ora la riconosci, vero? 

Un’Iperbole e mezza è un piccolo gioiello, un libro che fa ridere e piangere di gusto. Per chi sta vivendo quello che ha vissuto la giovane scrittrice significa trovare uno specchio, sentirsi meno sola: per chi ha accanto una persona con depressione aiuta a non sottovalutare certi segnali.