Ministro o ministra? Sindaco o sindaca?

Negli ultimi mesi si sta consumando una battaglia senza esclusione di colpi tra chi sostiene la necessità di declinare le professioni secondo il genere sessuale e chi attribuisce a tale pratica il valore di una barbarie linguistica.

Da una parte del ring abbiamo Laura Boldrini, giornalista ed attuale presidente della Camera: la sua attenzione al linguaggio di genere – apparentemente inaudita – ne ha fatto una facile vittima di molti benaltristi, che ci ricordano essere ben altri, per l’appunto, i problemi dell’Italia. Una posizione non comoda, rimarcata dichiarando, nel 2013 «Chiedo da mesi, non per puntiglio, di essere chiamata “la presidente”. E invece quando si rivolgono a me mi chiamano “signor presidente”. Ora basta. Non è un puntiglio o un vuoto formalismo, bensì l’affermazione che esiste più di un genere». Dall’altra parte, ritroviamo illustri politici, ex presidenti della Repubblica e – a quanto pare, il vero fiore all’occhiello dello schieramento – Vittorio Sgarbi, illustre critico d’arte e attaccabrighe patentato. Di solito chi siede da questa parte del tavolo lamenta “l’abominio” perpetrato ai danni della lingua italiana, e la palese scorrettezza delle regole che si chiede di applicare.

A questa querelle le piazze social hanno dato notevole spazio: la posizione dominante sembrerebbe essere quella dei paladini della grammatica del secondo gruppo.  Il che è strano, visto il livello dei post che leggiamo ogni giorno su facebook, ma bene così.

Detto questo: è la Boldrini la prima ad aver posto questo problema?

Assolutamente no. Già nel 1987 Alma Sabatini stilò le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, nell’ambito della pubblicazione Il Sessismo nella lingua Italiana: il testo, promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna, si pone come obiettivo quello di “dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile”.

Il testo propone, espressamente, l’uso dei termini “ministra”, “assessora”, “avvocata” e recita, allora come se fosse stato scritto oggi “La lingua è una struttura dinamica che cambia in continuazione. Ciò nonostante, la maggior parte della gente è conservatrice e mostra diffidenza – se non paura- nei confronti dei cambiamenti linguistici, che la offendono perché disturbano le sue abitudini o sembrano una violenza contro natura”.

Persegue questa linea la linguista Cecilia Robustelli, che in collaborazione con l’Accademia della Crusca, ha pubblicato nel 2012 le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, adottate dal Comune di Firenze nell’ambito del Progetto Genere&Linguaggio. Qui si dice “In italiano il genere grammaticale dei nomi è comunemente congruo con il genere biologico del referente: i termini che si riferiscono a un essere femminile sono di genere grammaticale femminile e quelli che si riferiscono a un essere maschile sono di genere grammaticale maschile.

Non c’è nessuna ragione di tipo linguistico per riservare ai nomi di professione e di ruoli istituzionali un trattamento diverso.

Gli unici vincoli nel declinare le parole secondo il genere sono quindi quelli della grammatica, e a chi dice che “sindaca” è sbagliato, e che allora anche il pediatra deve diventare pediatro, possiamo rispondere che:

◦      Le parole terminanti in -o, -aio/-ario mutano in -a, -aia/-aria: architetta, avvocata, chirurga, commissaria, ministra, prefetta, primaria, sindaca

◦      Le parole terminanti in -sore mutano in -sora: assessora, difensora, evasora, revisora

◦      Le parole terminanti in -iere mutano in -iera: consigliera, portiera, infermiera

◦      Le parole terminanti in -tore mutano in -trice: ambasciatrice, amministratrice, direttrice, ispettrice, redattrice, senatrice

◦      Le parole terminanti in -e/-a non mutano, ma chiedono l’anteposizione dell’articolo femminile: la custode, la giudice, la parlamentare, la presidente: stessa regola per i composti con il prefisso capo-: la capofamiglia, la caposervizio

◦      Le forme in -essa e altre forme di uso comune vengono conservate: dottoressa, professoressa.

Come suggerito ancora una volta da Cecilia Robustelli per la formazione dei termini relativi a professioni e cariche istituzionali (in Dizionario del 2012, di G. Adamo e V. Della Valle, in Treccani. Il libro dell’anno 2012, pp. 266-69, p. 269).

Ma allora perché tante resistenze?

Perché, ci piaccia o meno, siamo noi stessi a scegliere dell’evoluzione di una lingua. La stessa Accademia della Crusca non disciplina le regole grammaticali, ma si limita a descriverne l’evoluzione. Se parole nate per descrivere fenomeni relativamente nuovi (“scannerizzare”, “taggare”, “cliccare”) sono ormai entrate nell’uso comune, parole vecchie usate per descrivere fenomeni nuovi (l’aumento di donne al potere) non riescono a prendere altrettanto piede. Il principio – correttissimo – che il ruolo debba prescindere dal sesso non trova nella lingua italiana uno specchio adeguato: non possediamo infatti un genere neutro, e adoperare il maschile per ambo i sessi non è di fatto corretto.

Se parole, come abbiamo visto, grammaticalmente corrette sono così osteggiate – mentre, per dire, a furia di citare indignati l’episodio di “petaloso”, rischieremo davvero di trovarcelo nel dizionario – probabilmente ci sono dei passaggi culturali che dobbiamo ancora accettare. Per esempio, dovremmo ammettere che discussioni come questa evidenzino come sulla “questione femminile” ci sia ancora da fare molto, e non per una questione linguistica: se gli unici commenti che leggiamo sono contro le “femministe del cxxxx che vogliono cambiare la grammatica” o “che cavolo vogliono queste isteriche” forse sì, c’è ancora molto da fare.

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