Ogni volta – e mi capita spesso, sono una specie di talebana dell’argomento – che mi ritrovo davanti un interlocutore che mi dice “eh, ma di cosa vi lamentate voi donne? La Festa dell’Uomo ci vorrebbe, ecco” ho più o meno da quando ne ho memoria la stessa reazione psicosomatica: lascio scivolare la testa all’indietro, sospiro fortissimo e faccio scrocchiare le dita (abitudine pessima, lo so). Dopo aver stiracchiato ben bene le mie vertebre cervicali e retroflesso la testa verso l’infinito ed oltre (cit.) di scatto balzo verso l’altro 50% della mia conversazione e gli afferro forte forte una guancia tra pollice e indice, strizzando per bene e esclamando: “Ciao, tesoro!”. Al termine di questo melodrammatico attacco d’arte domando sempre, più o meno:

“Ti è mai capitato questo sul posto di lavoro?”

Noi donne siamo educate ad essere sempre gentili, sempre. Io in  particolare ero una ragazzina particolarmente timida e gentile quando ho cominciato a lavorare. Quelle (pochissime) volte che mi sono trovata davanti a contrattazioni di carattere esplicitamente sessuale mi sono semplicemente tirata indietro: sicura della mia posizione ma anche del fatto che il gioco non valeva la candela (laddove la candela era la mia libertà intellettuale: qualcosa che vale tanto se non di più della parte anatomica che in quel momento era sul tavolo delle trattative). In contesti più allusivi e meno diretti mi limitavo a chiudermi a riccio e a fare il mio lavoro. Chiedendomi, intanto, dove stessi sbagliando, se avessi il diritto di sentirmi a disagio e se, soprattutto, “non fosse una mia fantasia”.

Sbagliavo? Sì, senz’altro.

Ma ci sono voluti anni per capirlo, per esprimere pacatamente ma fermamente il mio fastidio. Un fastidio legittimo, peraltro: sul luogo di lavoro avrò pure il diritto di non avere zampe addosso. Neppure per un pizzicotto.

Questa lunghissima digressione personale per ricordare a tutti noi quanto ormai sia uso comune pensare che sul posto di lavoro richiedere sesso o attenzioni fisiche in cambio di un incarico sia tutto sommato accettabile. Una normale transazione d’affari.

Quando scoppiò il caso Weinstein, nessuno (soprattutto tra noi italiani, che abbiamo lo stomaco forte sui ricatti sessuali) parve meravigliarsi per un mercimonio che invece davamo praticamente per scontato. L’oggetto del dibattito fu piuttosto:

ma perché Tizia gliel’ha data e ora si lamenta?

Tralasciando le varie interpretazioni/giustificazioni/invettive del caso, appare evidente la totale normalizzazione del fatto che l’organo genitale femminile possa essere oggetto di contrattazioni professionali. 

(A meno che non si parli di prostituzione. In quel caso è ok).

Nasce da qui la campagna #NonSiBaratta , lanciata lo scorso anno da due artiste veronesi, Silvia Lana e Ilaria Marchesini di Parallel Lines: “Una campagna virale“, commentano, “che in maniera creativa e divertente vuole sensibilizzare sui diritti delle donne“. E lo fa a partire dalla più classica rappresentazione simbolica della sessualità femminile: la patata. 

Come recita il loro sito (http://www.parallellinesart.it), l’iniziativa si rivolge alle donne stanche di “sentire proposte indecenti, che non ce la fanno più di vivere nell’ambiguità, in situazioni disagio-hot perché non possono permettersi di mandare affanculo il proprio datore di lavoro (o committente), di sguardi allusivi, di mani morte”. 

Patata lambita, patata desiderata, spesso pretesa: se la dai puoi salire nell’Olimpo, se non la dai peste, morte (e precariato) ti coglieranno. Da qui una massiccia campagna social alla quale hanno aderito attiviste, donne comuni, foodblogger: chi con una foto con la patata (gastronomica) di fuori, chi con eventi locali, chi con ricette patatose tutte da gustare. Tutte unite dall’hashtag “#NonSiBaratta.”.

Silvia e Ilaria, appassionate di String Art, hanno sentito l’esigenza di dare un segnale forte rispetto a questo tema quando, artiste all’esordio, scelsero di posare “coperte” dalle loro opere: le foto sul loro sito, che altro non celavano che due giovani ragazze in canotta e shorts (il nudo è solo apparente) attirarono in pochissimo tempo le attenzioni sgradite e volgari di migliaia di uomini.

Nessuno aveva notato i quadri.

La patata diventa quindi un simbolo: qualcosa che si può dare o tenere, ma che è indiscutibilmente nostra.

Vuoi aderire anche tu alla campagna #NonSiBaratta? Ecco come!

  • Se sei una Food blogger, puoi inviare una mail a info@parallellinesart.it con il link al blog e la data di pubblicazione di una “ricetta patatosa”: Silvia e Ilaria la segnaleranno sulla pagina #nonsibaratta. Nessuna ricetta patatosa? Nessun problema, puoi rimediare dal 5 all’11 marzo.
  • Puoi organizzare un evento nella tua città, segnalandoti su  info@parallellinesart.it: potrai anche scoprire se nella tua zona ci sono già attività in corso (per il momento hanno aderito sostenitrici di Verona, Saronno, Torino, Milano e Roma). Fotografi con la tua patata griffata #NonSiBaratta e convinci i passanti a fare altrettanto.
  • Scarica il cartoncino #NonSiBaratta, legala ad una patata e fotografati: la tua foto apparirà assieme a tutte le donne stanche del sessismo.
D’atronde, come dicono anche Silvia e Ilaria, “non tutte le proteste devono essere fatte con mitra e passamontagna”.
Il mio personale contributo alla campagna. Non avevo in casa patate fresche, scusate.

Tutte le foto (tranne la mia) sono prese da www.parallellinesart.it.

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