Cose che abbiamo imparato dalla pubblicità – Capitolo 1

Cose che abbiamo imparato dalla pubblicità – Capitolo 1
  • Gli uomini non si fanno il Bidet

Ammetto, con candore e innocenza, di aver diviso casa nella mia vita con pochi uomini,  E CHE TUTTI LORO SI FACEVANO IL BIDET. Così, in assenza di apparenti velleità, senza girare per casa roteando una salvietta sull’indice alla ricerca dell’approvazione altrui. Sono arrivata a credere che fosse un’abitudine piuttosto comune, un complemento all’igiene quotidiana che varcasse i confini dei gameti.

E invece basta accendere la Tv e SBAM! Fior di ginecologhe, di “dottoresse ma anche madri” (perché la maternità, ricordiamolo, ti dà 20 CFU extra in qualunque università, ti abbuonano pure un paio di esami), di cicliste con mai risolti pruriti intimi ti consigliano IL! FENOMENALE! PRODOTTO” LAVAPUDENDA!. Ora, mai che ci sia un uomo negli spot.

L’intrinseca femminilità del detergente intimo è ben illustrata dalla Lactacyd, che di recente ha optato per una campagna fotografica a dir poco didascalica (in copertina e anche qui sotto):

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L’immagine, ripresa da Giornalettismo, ci permette di introdurre anche la polemica che è scaturita da una scelta del tutto nuova per la pubblicità italiana.

La soluzione adoperata dai creativi Lactacyd è stata quella di utilizzare la parte per il tutto, suggerendo implicitamente l’applicazione topica del prodotto (cosa non scontata: vi ricordate i beveroni a base di Tantum Rosa?).

Molti hanno criticato questo tipo di scelta, che di fatto riconduce tutto l’essere donna ad una parte anatomica ben precisa: un punto di vista ragionevole, ma personalmente non la vedo così. Lactacyd intimo in fondo è un prodotto che ha UNO E UN SOLO SCOPO: da un certo punto ho addirittura apprezzato la “normalizzazione” di una sezione del nostro corpo che c’è, esiste, e per una volta non è rappresentata neppure in modo particolamente volgare.

I commenti più eclatanti, tuttavia, appartengono a queste categorie:

  • Quelli che “eh, ma che la nobilitiamo a fare, la f… è brutta” (marò, pure questo complesso dobbiamo tenere)
  • Quelli che “e per un detergente al maschile che faremo?” (il che riprende alla grande la domanda del mio articolo, ma anche un falso problema: ommioddio, come faremo a riprodurre un pene?)
  • Quelli che “Ma cos’è”?”

Scusate, devo riprendere il terzo concetto:  davvero c’è qualcuno che non riesce a capire a cosa alluda l’immagine? 

Certo, dobbiamo ammettere che la fisiologia riproduttiva femminile sia un tantino più complicata di quella maschile, non tutto è esposto, il termine “vulva” per molte donne è ancora assai confuso. Abbiamo roba dentro, roba fuori: un bel casino!

Tuttavia, come dicono gli esperti del settore: I MASCHI IL SEDERE NON SE LO PULISCONO?

Meno male che Chilly ha deciso di parlare agli uomini grazie a questo spot:

 

 

Un bel culo (accompagnato da un’evidente dismetria degli arti inferiori , povera ragazza a zoppicare così) ci invita a lavarci ai piani bassi. Peraltro apprendo (e qui sono senza giustificazioni, sono cresciuta con una madre e due sorelle, dovrei saperlo) che il momento del bidet è una specie di gioco di società, un momento di convivialità da condividere con le amiche più care! (non sappiamo se a un certo punto arriva un idraulico con un grosso tubo, ma non dimentichiamoci che IL RISCIACQUO è FONDAMENTALE!)

Grazie, Chilly, grazie: adesso sì che gli uomini comprenderanno il messaggio!

(Volete comunicare alla Chilly quanto avete apprezzato questo spot? A questo link  troverete il bell’articolo di Arianna di Occhio allo Spot sulla questione nonché i riferimenti da contattare. Io l’ho già fatto <3)

 

 

Cosa leggere durante le vacanze? Altri consigli e un bonus per i comunicatori

Cosa leggere durante le vacanze? Altri consigli e un bonus per i comunicatori

Rieccoci con i consigli su cosa i comunicatori possono leggere durante le vacanze: l’obiettivo è quello di svagarci senza perdere troppo di mira il nostro obiettivo perenne, che è quello di migliorarci giorno dopo giorno.

Come già detto, ho evitato accuratamente la manualistica tradizionale, con un’unica eccezione: questo perché c’è chi può consigliare assai meglio di me testi tecnici. Tuttavia resto dell’opinione che, per scrivere bene, è necessario leggere di tutto: mettere al bando la narrativa, classica abitudine di chi legge tanto per lavoro, è un lusso che proprio noi non possiamo permetterci.

Cosa leggere durante le vacanze? Nei giorni scorsi vi avevo consigliato un grande esempio di storytelling giornalistico, il mai più senza dei prossimi mesi e un bel manuale per aspiranti blogger . 

I prossimi suggerimenti attingeranno da mie recentissime esperienze di lettrice: tendenzialmente sono una curiosa, e amo leggere le opere di autori del mio territorio.

Leggi che ti rileggi, consiglia, che ti consiglia, ecco i miei magnifici tre (potevano essere molti di più, ma 32762672 consigli su cosa leggere durante le vacanze erano troppi anche per i comunicatori).

Per chi non ha paura del caldo

Cosa sarebbe l’estate senza un bel thriller? A mio modesto avviso, un’estate come tutte le altre. Amo davvero poco il genere, non mi ha mai appassionato. Tuttavia sento di poter fare un’eccezione per A Bocca Chiusa (2014) , il romanzo d’esordio del giovane artista bolognese Stefano Bonazzi. Non rileverò molto della pur intrigantissima trama (il rischio spoiler è altissimo), ma è un romanzo ad alta, altissima tensione. è la storia di un’infanzia difficile, di un orco, di una seconda vita spiazzante. E una delle location prescelte vi farà rivalutare i vostri uffici senza aria condizionata.

Perché un comunicatore dovrebbe leggere Bonazzi? Perché Stefano, artista poliedrico, è uno che delle proprie ossessioni è riuscito a fare poesia. Dalle sue parole – ma anche dalle sue composizioni grafiche – emerge tutto l’universo interiore di un uomo che non ha paura di mettere le mani nel torbido. E, in tempi di scrittori timidi e di vite Pinterest, una limpidezza morale come quella di Bonazzi è quasi refrigerante. Quasi, eh.

Per chi ama le atmosfere alla Gomorra

Ma non ne avremo abbastanza di Gomorra?

Assolutamente no: con una quarta stagione in arrivo e il fiorire ininterrotto di produzioni che replicano un modello di fiction finora inesplorato per noi italiani, tutto lascia presupporre che per molto tempo ancora avremo a che fare con un modello di Napoli violenta ma, a modo suo, romantica.

Vincenzo Restivo ne La Santa Piccola ci porta a Forcella, piccolo comune del napoletano dove è la strada a educare, in molti casi, giovani e giovanissimi: alcune famiglie coltivano sogni di borghesia investendo tutto sui propri figli, nel tentativo – spesso assai complesso – di salvarli da una deriva che in certi ambienti appare quasi deterministica. Restivo ci racconta la storia di Mario, Assia e Lino, tre adolescenti cresciuti tra neomelodici e sogni di gloria, dove la gloria è la ricchezza sfacciata dei salotti televisivi e la realtà è fatta di espedienti. Vicini alla Napoli bene, ma lontani anni luce da un sistema che potrebbe salvarli, i tre ragazzi lottano con tutto quello che hanno per trovare una propria dimensione, tra sentimenti sempre troppo forti e le tentazioni del denaro facile. Sullo sfondo c’è lei, La Santa Piccola, una bambina di nove anni venerata in tutto il quartiere per le sue visioni.

Una gioventù straziata, priva di prospettive future, cui non resta neppure la possibilità di sognare il proprio futuro; restano tuttavia nitidi, quasi commuoventi, la bellezza dei loro affetti e la capacità di donarsi l’un l’altro. La Santa Piccola è un testo brevissimo, che si può leggere in un solo pomeriggio: assai più durevole è il senso di dolore fisico e disorientamento che lascia nel lettore. La santa Piccola non è una favola rassicurante, non è un libro che dona il sorriso: rappresenta tuttavia una delle espressioni più crude di una terra spesso aspra. E Vincenzo – peraltro autore assai fecondo, a dispetto della sua giovane età – scrive davvero benissimo, lasciatemelo dire.

Per chi vuole ridere (e non è uscito vivo dagli anni 2000)

Che è anche legittimo, dopo due “consigli per gli acquisti” non esattamente sbarazzini.

Eccoci allora con una proposta spumeggiante (Dio, quanto desideravo usare questa parola!) da portare sotto l’ombrellone: Spalla a Spalla (2018), il romanzo d’esordio di Christian Coduto. Spalla a Spalla è così interessante da leggere per un comunicatore proprio perché a scriverlo è stato un comunicatore. Christian, biologo di professione, è soprattutto un appassionato di cultura: cura rassegne cinematografiche, lavora in radio, scrive per diverse testate giornalistiche. Linguaggi diversi, che confluiscono tutti assieme nel romanzo più caleidoscopico della vostra estate: un’allegra baldoria, un numero considerevole di personaggi (cui però, grazie alla singolare trovata della copertina “illustrata”, diventa assai facile dare un volto) ed una percentuale stratosferica di riferimenti pop che sarebbe stato assai difficile gestire senza avere la giusta dose di “mestiere”. E il mestiere, per fortuna, Christian ce l’ha.

Ad ispirare la storia sono i più classici espedienti della Commedia degli Equivoci: a rendere unico il tutto è l’attenta costruzione di ogni singolo soggetto, anche di quelli meno centrali nell’evoluzione della storia. Un intero universo che ruota attorno a Carlo e Luana, una “strana coppia” di amici (entrambi gay) che condivide casa, delusioni d’amore e una vasta gamma di conoscenze comuni quanto meno “singolari”. La storia, ambientata negli anni ‘2000, ci permette di rivivere molto di quel periodo storico: una scelta interessante dal punto di vista narrativo (“ecco come si flirtava senza whatzapp!”), ma anche un gigantesco promemoria per tutti coloro che fanno comunicazione: “Rievocare i bei tempi andati è sempre una buona idea” (diciamolo, facciamo tutti gli snob ma basta un Gigi D’Agostino in sottofondo e tutti ci esaltiamo…).

Ma…e il settimo suggerimento?

Lo so, lo so, avevo parlato di sette consigli di libri da leggere durante le vacanze.

In realtà l’ultimo punto del mio elenco riguarda più una serie di dritte per riuscire a leggere anche quando non si è in vacanza.  Perché è vero che leggere vuol dire evasione dal quotidiano, ma è anche vero che ridurre il piacere della lettura a solo quindici giorni all’anno è davvero un peccato.

Ecco quindi un piccolo sunto di come sono riuscita a riprendere a leggere con regolarità: torneremo sicuramente sull’argomento, ma ecco qualche suggerimento da usare subito.

  • Portare sempre con sé qualcosa da leggere. Se un libro tradizionale non sempre è facike da scarozzare in giro, passare a Kindle o – per chi ci vede davvero bene – lettori per il cellulare. Ok il fascino della carta, ma anche la praticità è bella.
  • Nei momenti morti della giornata (ne abbiamo tantissimi), leggere. Non toccate il cellulare: i telefonini assorbono una quantità della nostra energia mentale che spesso non immaginiamo neppure.
  • Non aspettare il momento giusto per leggere: le due ore da trascorrere su una poltrona con una tazza di the fumante e un gatto acciambellato sulle nostre ginocchia non arriveranno mai. Dobbiamo essere noi a creare l’occasione giusta, e l’unico modo è cominciare a leggere. Io, per esempio, ho letto tantissimo in fila alla posta.
  • Parlate di libri con i vostri conoscenti. Confrontatevi, fatevi ispirare: la voglia di leggere è contagiosa. Non avete buoni lettori tra le vostre conoscenze? Adesso – e solo adesso – prendete in mano il cellulare e cominciate a spulciare tra i vari gruppi facebook dedicati alla lettura: ce ne sono centinaia! (questo è uno dei miei preferiti).

Beh, dopo tutti questi consigli non mi resta che augurarvi buone vacanze! Voi cosa leggerete?

 

 

 

Cosa leggere durante le vacanze? Sette consigli per comunicatori – I parte

Cosa leggere durante le vacanze? Sette consigli per comunicatori – I parte

Cosa leggere durante le vacanze? Ormai manca davvero poco al grande esodo e quei pochi di noi che ancora lavorano già stanno programmando come trascorrere al meglio le proprie villeggiature. Chi si fa prestare testi da parenti e amici, chi saccheggia la libreria sotto casa, chi riempie il proprio Kindle oltre ogni limite umano: la lettura è un piacere che per molti si esaurisce soltanto nei mesi estivi e che, in poche settimane, viene gustato voracemente.

Per quanto mi riguarda, da brava procrastinatrice seriale, l’ estate per me è il momento in cui tendo ad affastellare tutto quello che non riesco a fare durante l’anno e di solito in cima alla lista ci sono sempre quei 10-15 libri di cui tutti parlano e che io non sono riuscita neppure a preoccuparmi.

Quest’anno sono stata brava, e con un’organizzazione quasi militare sono riuscita a garantirmi una media di 3-4 libri al mese: un lusso che mi ha permesso anche di recuperare qualche classicone che avevo voglia di leggere da tanto e allo stesso tempo di restare abbastanza aggiornata sulle nuove uscite.

Nelle prossime settimane torneremo sul metodo che ho adoperato per ritornare a definirmi, dopo tanti anni, una lettrice accanita: nel frattempo mi godo il vantaggio sulla mia personale scaletta di marcia con una piccola selezione di testi pensata apposta per i comunicatori. Solo uno di questi è un manuale tecnico: perlopiù sono romanzi perché ehi, il fatto di lavorare in uno dei settori più onnicomprensivi di sempre non significa che bisogna lavorare e basta! Sette libri che permetteranno a chi lavora nel nostro campo di crogiolarsi nel dolce far niente senza tuttavia imbarbarsi completamente. Alcuni sono usciti di recente, altri in passato: tuttavia a mio avviso sono tutti testi che a dei comunicatori possono dare molto. Una sorta di compiti delle vacanze, diciamo. 

Cosa leggere, dunque, durante le vacanze? Andiamo!

Per imparare a fare storytelling potente su fatti di cronaca: 

Non posso che citare il mio ultimo amore: A Sangue Freddo, di Truman Capote,  (1966). Ammetto di aver trascurato per anni il buon Capote: di lui avevo letto solo Colazione da Tiffany (come tutte le ragazze un po’ tamarre nate negli anni ’80 ho avuto la mia brava Audrey Hepburn mania) e benché lo avessi apprezzato non mi aveva stregato al punto tale da insistere con altri testi. Solo quest’anno, complice un interessante corso di formazione promosso dall’Ordine dei Giornalisti della Campania, spulciando tra i vari testi suggeriti ho recuperato quello che oggi è considerato, a ragione, Il primo grande esempio di “Romanzo- Reportage” (in inglese: non-fiction novel)

Se oggi tutti i salotti buoni della comunicazione si riempiono di bocca di Storytelling (Siamo tutti NARRATORI! DI! STORIE!, come se poi una semplice cronaca fatta bene fosse un delitto), negli anni ’50 nessuno scrittore, soprattutto un mondano come Capote, si sarebbe arrischiato a sporcarsi le mani con la brutta brutta brutta cronaca nera (una scelta che costò peraltro allo scrittore molte accuse di voyeurismo).

E i fatti di cronaca raccontati in A Sangue Freddo sono effettivamente efferati: una classica e bella famiglia americana trucidata nel conforto della propria abitazione senza un’apparente perché. I fatti, avvenuti il 15 novembre del 1959, accesero l’immaginazione di Capote già il giorno successivo, quando un trafiletto del New York Times rese nota al grande pubblico l’eccidio dei Clutter.

Una tragedia che si era perpetrata nel cuore pulsante dell’America, fatta di lavoratori operose e di pie ragazze che a quindici anni cominciano a frequentare quello che sarà l’amore della propria vita. Il sogno americano stravolto, violentato, fatto a pezzi.

Prima che i responsabili della strage fossero catturati, Capote decise di arrivare sul luogo per scrivere sul crimine. Con l’amica d’infanzia e scrittrice  Harper Lee, interrogò a lungo le persone del luogo e gli investigatori assegnati al caso.

Gli assassini dei Clutter furono catturati nel corso della laboriosissima stesura del racconto, inizialmente pubblicato a puntate sul New Yorker nell’anno 1965 e solo successivamente pubblicato in un unico volume.

Capote lavorò per oltre sei anni al romanzo: sembra incredibile in anni come i nostri, nei quali con un click hai tutte le informazioni a portata di mano.

Capote, da bravo scrittore – giornalista, individua con fiuto eccezionale le fonti che daranno spessore narrativo al suo lavoro: la vivace postina, gli amici dei Clutter, coloro che hanno fatto la storia della cittadina di Holcomb. Eccezionali sono le descrizioni dei singoli personaggi: i vari membri della famiglia Clutter (dalla nevrotica Bonnie a Nancy la perfettina), i due assassini (il malinconico Perry e l’affascinante Dick), l’austero e corroso dal lavoro investigatore Dewey.

Una meravigliosa prova di scrittore, un esempio per tutti noi comunicatori (e una storia che sembra non essersi del tutto esaurita, come dimostra questo articolo)

Per leggerlo prima che sia troppo tardi, ovvero della trasposizione televisiva

Qui sembrerò l’ultima ad avere avuto un’illuminazione, ma vi posso garantire che moltissimi non hanno ancora letto la quadrilogia dell’Amica Geniale (2011-2014). Io stessa sono tra quelli che approfitteranno della pausa estiva per concludere la serie, della quale ho letto solo L’Amica Geniale (il primo capitolo, che dà il titolo all’intera saga) e Storia del Nuovo Cognome (il secondo volume).

Anzi, vi dirò di più: molti ignorano la stessa esistenza del fenomeno Ferrante. Quando ad autunno dello anno la mia città è stata scelta come location principale delle riprese della serie TV tratta dal romanzo (una megaproduzione RAI – HBO che arriverà sui nostri schermi ad autunno 2018) in molti si sono interrogati (con un’insistenza che ha lasciato perplessa me e buona parte delle persone che hanno una connessione internet) quale fosse mai la storia che, per mesi interi, ha tenuto in sospeso la nostra provincia.

Della Ferrante, ottima scrittrice che già ha ispirato film di successo, sappiamo quello che si mormora nei salotti letterari. Perlopiù la immaginiamo residente negli Stati Uniti (il che contribuirebbe a spiegare l’entusiasmo incontenibile degli Ammeregani per una storia che si sviluppa nella Napoli degli anni 50 per poi proseguire fino ai giorni nostri).

La storia di Lenù e Lila, due donne che si conoscono da bambine e resteranno avvinte per tutta la vita, racconta esemplarmente come l’amicizia, qualcosa che da sempre immaginiamo spontanea e naturale, possa rappresentare un evento assai complesso della nostra esistenza. Le due donne, determinate e brillanti fin dall’infanzia, si rincorreranno tutta la vita tra rivalità e dipendenza reciproca.

Perchè è importante leggere adesso L’Amica Geniale? Perchè siete comunicatori, e non potete rischiare di farvi trovare impreparati prima che la saga finisca davvero sulla bocca di tutti.

Per chi non ce la fa a mollare la presa neppure d’estate 

Lo so, vi vedo. Magari state cercando su Google “Cosa leggere durante le vacanze?”, forse state addirittura prendendo appunti su questo o quel romanzo. Invece state già cliccando sul carrello di Amazon per acquistare, finalmente, tutti quei manuali tecnici che bramate da tempo (qui c’è la mia wish list in continuo aggiornamento, se c’è qualche benefattore in giro…). Voi in realtà non vi chiedete cosa leggere durante le vacanze, lo sapete già da tempo. Se tuttavia foste uno di quei pochissimi comunicatori (anzi, comunicatrici: è un progetto al femminile) a non seguire l’ottimo Gruppo Facebook Progetto Blog potreste non aver ancora incrociato quella giovane signora tutta speciale che è Agnieszka Stokowiecka.

La bionda e delicata Stokowiecka è in realtà una tigre del blogging: un’esperienza nata nel 2013 con un blog in polacco sulla Valle d’Aosta, maturata poi negli anni con tanti tentativi, buone letture e gli inevitabili errori degli inizi. Nell’ottobre 2016 la Stokowiecka decide di mettere la propria esperienza al servizio di chi ha vissuto le sue stesse difficoltà e apre il Blog Combinando, una vera e propria Bibbia per aspiranti blogger.

Il tempo passa, il nome di Agnieszka comincia a circolare e la giovane blogger viene chiamata per un corso di formazione alla Biblioteca di Arvier in Valle d’Aosta: l’immensa mole di lavoro prelimiare al corso si trasforma tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 nel Manuale Appunti di blogging e di web marketing. Gli Appunti di Agnieszka rappresentano una guida fondamentale per chi ha quello strano pizzicorino nella punta delle dita che urla “BLOG!” ma non sa da dove cominciare: sono tuttavia una lettura assai utile anche per i giornalisti “tradizionali”, soprattutto per quelli da poco transitati al digitale.

Il Manuale di Agnieszka Stokowiecka, disponibile solo online, ha un prezzo di base di 20 euro: l’offerta minim a richiesta per l’associazione La Casa di Sabbia, la Onlus cofondata dalla stessa Stokowiecka peraiutare le famiglie con bambini disabili gravi abbandonate dal sistema. Una vicenda difficile, che la stessa Agnieszka vive quotidianamente in prima persona, con grandi difficoltà ma anche un invidiabile grinta.

Prossimamente uscirà la seconda parte del post: in arrivo atmosfere da Gomorra, matte risate e una storia molto “rinfrescante”.

Hai trovato qualche suggerimento utile? Lascia le tue impressioni nei commenti e condividi l’articolo!

 

Nuovo spot Chicco: un calcio di rigore sbagliato

Nuovo spot Chicco: un calcio di rigore sbagliato

A me piacciono i rossetti, assai.

Ne ho in diverse tonalità di fucsia, un paio color mattone, uno persino nero. I miei preferiti sono i rouge, e credo di averne della stessa, identica sfumatura ma di diverse marche.

Detto questo, non sono certa mi stiano benissimo: l’altro giorno ho indossato un lipstick rosso rossissimo per andare a lavoro e un frequentatore saltuario della nostra sede ha pensato di aver improvvisamente scoperto la verità su di me.

Ossia, che sono una trans (spoiler: no).

Il mio look è abbastanza riconoscibile: lunghi capelli ricci, linee pulite, scarpe un po’originali, trucco leggero: il rossetto rosso non fa parte della mia brand identity,  e quando lo indosso risulto meno “me”.

Che cosa intendiamo per Brand Identity? Fondalmente, quello che rende riconoscibile e “identificabile” un marchio: l’uso di determinati colori, il font adoperato, ma anche la scala di valori che tradizionalmente gli attribuiamo.

Un esempio molto chiaro per tutti noi è quello della Coca Cola: ci fa pensare al rosso, ad un carattere corsivo inconfondibile, ad allegre scampagnate in compagnia.

Chiudete gli occhi: sentirete il suono della bevanda che frizza, vedrete ragazzi che ridono, forse vi tornerà in mente questa canzone. Chi ha creato la Brand Identity della Coca Cola, sentite a me, merita i soldi che ha.

Ora pensiamo alla Chicco: sfondo blu, font teneramente agé, un tocco rosso a vivacizzare un effetto altrimenti troppo “marinaro“.

Quando penso a Chicco penso a dei bambini. Tanti bambini, tutti biondi e bellissimi. Biondi, bellissimi e nel pieno delle loro attività di gioco. Non è casuale che molti di noi colleghino la parola “Chicco” al celeberrimo payoff  “Chicco, dove c’è un bambino“.

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Ovviamente, ci sono delle eccezioni. Sì, io e il grafico della Lorenzin abbiamo studiato alla stessa scuola

Non esistono adulti nel mondo Chicco, al massimo qualche mamma che accarezza amorosamente la zazzera di un pupetto attivamente impegnato ad annientare ogni capacità mentale dei suoi conviventi con quei cazzo di giochini sonori. 

Quindi adesso mi spiegate: che cosa è questo?

La Chicco ha deciso di cavalcare la delusione degli italiani che quest’anno non avranno il loro mondiale prendendoli per quello che è loro più caro dopo il calcio: i loro attributi sessuali. Accoppiamenti da tergo, cavallerizze sul tavolo del salotto buono, atti osceni in luogo pubblico in quello che apparebbe un posto deputato a cerimonie: i buoni italiani che non potranno seguire i loro eroi mentre rincorrono un pallone potranno consolarsi con le loro gesta erotiche.  E tutto questo perché?

Perché l’Italia ha bisogno di bambini. 

Fino all’ultimo ho sperato in una svolta satirica, e che tutte queste gravidanze made in 2018 servissero almeno regalarci tra una ventina d’anni calciatori un po’ meno mammolette di quelli che si sono fatti eliminare ancor prima di sbarcare in Russia: e invece no. 

I ragazzi del ’19 serviranno a rendere di nuovo grande l’Italia. 

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Don azionista di maggioranza della Chicco 

Oddio, ma non abbiamo già sentito questa storia?

Quando parlammo del Fertility Day ci ritrovammo ad affrontare il tema della Dissonanza Cognitiva: ossia lo stridente contrasto tra un interlocutore che dovrebbe essere autorevole (in quel caso il Ministero della Salute), uno studio preliminare alla campagna che mia nonna Antonia che teneva la quinta elementare e quattro figli tutti partoriti sotto i vent’anni lo faceva meglio e una morale che Gesù zia, lo so che tengo 35 anni e mi sto a fare vecchia ma NO, FIGLI NON NE VOGLIO?

Allora si trattava di una campagna di comunicazione che decise di puntare i riflettori – in maniera ovviamente catastrofica, non c’è neppure bisogno di dirlo – su una tematica reale e che, in effetti, ha tutte le caratteristiche per essere affrontato a livello istituzionale: il crollo delle nascite.

Insomma: c’abbiamo le pensioni da pagare (risate registrate), i cicli di produzione che rischiano di fermarsi, intere generazioni che non porteranno avanti il loro DNA.

Che un Ministero se ne occupi, ha senso: che lo faccia non il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ma il Ministero della Salute (confondendo clamorosamente un fenomeno sociale come il crollo delle nascite con un tema di interesse sanitario come il calo della fertilità) molto meno, ma ce lo siamo già detti. 

Sapete chi non ha proprio il diritto di dire la propria? Esatto, una ditta che produce prodotti per l’infanzia, per la quale i vostri figli sono, niente di più niente di meno che dei clienti.  Peraltro, per quanto mi risulta, la Chicco non è una Onlus: quei prodotti li vende. È come se a chiedervi di fare figli non fosse vostra zia ricca, quelle che vi dà giusto 10 euro a Natale e poi vi ignora per tutto l’anno, ma che so, il lattaio sotto casa.

Fatta questa osservazione strettamente etica (poi potremmo ricordare tutti, per l’ennesima volta che LA GENTE NON FA FIGLI PERCHè NON CI SONO SOLDI, ma anche questo argomento è stato abbondantemente sviscerato), ritorniamo al punto di partenza: alla Brand Identity.

Quello che normalmente si consiglia ad un’azienda che ha trovato il proprio Tone of Voice è, ne più né meno: se funziona, non cambiarlo.

La Chicco è la leader italiana dei prodotti dell’infanzia: può fare praticamente qualunque cosa, le famiglie la adoreranno comunque. Chicco è infanzia, Chicco è apine svolazzanti e sorrisi innocenti, Chicco gronda zucchero e miele. Chicco è dove c’è un bambino. 

Non so cosa sia successo, ma qualcuno ad un certo punto deve aver strillato fortissimo in agenzia: “Ho trovato! Facciamo qualcosa di ironico!”.

E da qui i Mondiali, gente che piange, lo scientificamente dimostrato Baby Boom che accompagna ogni partecipazione dell’Italia ai Mondiali (io sono nata alla fine del 1983: desumo che i miei genitori si siano accorti della vittoria dell’Italia sei mesi dopo che era avvenuta).

E se non ci sono i Mondiali? Tranquilli, si fa l’amore lo stesso: e l’anno prossimo tutti in un passeggino Chicco.

Ma come” avrà detto qualche stagista “quindi solo le coppie stabili con un progetto di genitorialità possono far sesso? Guardate che facciamo la fine del Fertility Day”

E quindi, il capolavoro: “Che sia per amore o perchè vi va, amatevi”. Certo, purché sia un sesso riproduttivo. Io amo farmi ingravidare nel corso di un incontro sessuale casuale. Credo sia quello lo scopo ultimo del sesso ricreativo.

Ovviamente le coppie omosessuali non possono trovare alternative piccanti ai Mondiali, loro mica possono avere figli (ah già, dimenticavo: i gay non amano il calcio, in televisione i gay guardano solo la Carrà ); le coppie sterili guarderanno, non so, il Badminton.

Come se non bastasse, perché non stravolgere proprio tutto e cambiare anche il payoff?

E così, “Chicco, dove c’è un bambino” è diventato “Chicco, dove ci sarà un bambino”. 

Mi vuoi forse dire che la Chicco ha cominciato a fare abbigliamento da donna, cosicchè da potenziale cliente futura potrò già trovare qualcosa per me? Articoli da elettrauto? Prodotti per la pulizia della casa?

Perché, cara Chicco, su una cosa siamo d’accordo: il nido di un bambino non è fatto solo di giocattoli e abitini. È fatto di sicurezza, è fatto di futuro, è fatto di stabilità: tutte cose che oggi non sempre sono garantite. Ci sarà un bambino laddove ci sarà la possibilità di crescerlo, ma anche la voglia: perché, cara Chicco, non so come tu hai passato i mondiali trascorsi, ma io avevo sempre una birra in mano e del cibo spazzatura da dividere con degli amici. Un test di ovulazione, mai. 

Ciò detto, abbiamo di fronte a noi un’azienda che ha provato a riposizionare la propria immagine sul mercato rinnegando la propria immagine rassicurante a favore di una presunta modernità (ricordiamo tutti: messaggio degno degli degli anni ’20, no gay, no persone sterili. Ok). Ci ha provato senza averne un reale bisogno: vendere prodotti ai genitori di un bambino è, per la Chicco, come segnare un rigore a porta vuota. La Chicco ha fatto come me quando mi metto il rossetto rosso: si è travestita da qualcos’altro. Il che, quando sei il migliore, non è esattamente un’ottima idea. 

 

 

#NonSiBaratta: per la Festa della Donna meno mimose e più patate

#NonSiBaratta: per la Festa della Donna meno mimose e più patate

Ogni volta – e mi capita spesso, sono una specie di talebana dell’argomento – che mi ritrovo davanti un interlocutore che mi dice “eh, ma di cosa vi lamentate voi donne? La Festa dell’Uomo ci vorrebbe, ecco” ho più o meno da quando ne ho memoria la stessa reazione psicosomatica: lascio scivolare la testa all’indietro, sospiro fortissimo e faccio scrocchiare le dita (abitudine pessima, lo so). Dopo aver stiracchiato ben bene le mie vertebre cervicali e retroflesso la testa verso l’infinito ed oltre (cit.) di scatto balzo verso l’altro 50% della mia conversazione e gli afferro forte forte una guancia tra pollice e indice, strizzando per bene e esclamando: “Ciao, tesoro!”. Al termine di questo melodrammatico attacco d’arte domando sempre, più o meno:

“Ti è mai capitato questo sul posto di lavoro?”

Noi donne siamo educate ad essere sempre gentili, sempre. Io in  particolare ero una ragazzina particolarmente timida e gentile quando ho cominciato a lavorare. Quelle (pochissime) volte che mi sono trovata davanti a contrattazioni di carattere esplicitamente sessuale mi sono semplicemente tirata indietro: sicura della mia posizione ma anche del fatto che il gioco non valeva la candela (laddove la candela era la mia libertà intellettuale: qualcosa che vale tanto se non di più della parte anatomica che in quel momento era sul tavolo delle trattative). In contesti più allusivi e meno diretti mi limitavo a chiudermi a riccio e a fare il mio lavoro. Chiedendomi, intanto, dove stessi sbagliando, se avessi il diritto di sentirmi a disagio e se, soprattutto, “non fosse una mia fantasia”.

Sbagliavo? Sì, senz’altro.

Ma ci sono voluti anni per capirlo, per esprimere pacatamente ma fermamente il mio fastidio. Un fastidio legittimo, peraltro: sul luogo di lavoro avrò pure il diritto di non avere zampe addosso. Neppure per un pizzicotto.

Questa lunghissima digressione personale per ricordare a tutti noi quanto ormai sia uso comune pensare che sul posto di lavoro richiedere sesso o attenzioni fisiche in cambio di un incarico sia tutto sommato accettabile. Una normale transazione d’affari.

Quando scoppiò il caso Weinstein, nessuno (soprattutto tra noi italiani, che abbiamo lo stomaco forte sui ricatti sessuali) parve meravigliarsi per un mercimonio che invece davamo praticamente per scontato. L’oggetto del dibattito fu piuttosto:

ma perché Tizia gliel’ha data e ora si lamenta?

Tralasciando le varie interpretazioni/giustificazioni/invettive del caso, appare evidente la totale normalizzazione del fatto che l’organo genitale femminile possa essere oggetto di contrattazioni professionali. 

(A meno che non si parli di prostituzione. In quel caso è ok).

Nasce da qui la campagna #NonSiBaratta , lanciata lo scorso anno da due artiste veronesi, Silvia Lana e Ilaria Marchesini di Parallel Lines: “Una campagna virale“, commentano, “che in maniera creativa e divertente vuole sensibilizzare sui diritti delle donne“. E lo fa a partire dalla più classica rappresentazione simbolica della sessualità femminile: la patata. 

Come recita il loro sito (http://www.parallellinesart.it), l’iniziativa si rivolge alle donne stanche di “sentire proposte indecenti, che non ce la fanno più di vivere nell’ambiguità, in situazioni disagio-hot perché non possono permettersi di mandare affanculo il proprio datore di lavoro (o committente), di sguardi allusivi, di mani morte”. 

Patata lambita, patata desiderata, spesso pretesa: se la dai puoi salire nell’Olimpo, se non la dai peste, morte (e precariato) ti coglieranno. Da qui una massiccia campagna social alla quale hanno aderito attiviste, donne comuni, foodblogger: chi con una foto con la patata (gastronomica) di fuori, chi con eventi locali, chi con ricette patatose tutte da gustare. Tutte unite dall’hashtag “#NonSiBaratta.”.

Silvia e Ilaria, appassionate di String Art, hanno sentito l’esigenza di dare un segnale forte rispetto a questo tema quando, artiste all’esordio, scelsero di posare “coperte” dalle loro opere: le foto sul loro sito, che altro non celavano che due giovani ragazze in canotta e shorts (il nudo è solo apparente) attirarono in pochissimo tempo le attenzioni sgradite e volgari di migliaia di uomini.

Nessuno aveva notato i quadri.

La patata diventa quindi un simbolo: qualcosa che si può dare o tenere, ma che è indiscutibilmente nostra.

Vuoi aderire anche tu alla campagna #NonSiBaratta? Ecco come!

  • Se sei una Food blogger, puoi inviare una mail a info@parallellinesart.it con il link al blog e la data di pubblicazione di una “ricetta patatosa”: Silvia e Ilaria la segnaleranno sulla pagina #nonsibaratta. Nessuna ricetta patatosa? Nessun problema, puoi rimediare dal 5 all’11 marzo.
  • Puoi organizzare un evento nella tua città, segnalandoti su  info@parallellinesart.it: potrai anche scoprire se nella tua zona ci sono già attività in corso (per il momento hanno aderito sostenitrici di Verona, Saronno, Torino, Milano e Roma). Fotografi con la tua patata griffata #NonSiBaratta e convinci i passanti a fare altrettanto.
  • Scarica il cartoncino #NonSiBaratta, legala ad una patata e fotografati: la tua foto apparirà assieme a tutte le donne stanche del sessismo.
D’atronde, come dicono anche Silvia e Ilaria, “non tutte le proteste devono essere fatte con mitra e passamontagna”.
Il mio personale contributo alla campagna. Non avevo in casa patate fresche, scusate.

Tutte le foto (tranne la mia) sono prese da www.parallellinesart.it.

Cosa scrivere quando non hai nulla da scrivere: sei consigli imbarazzanti

Cosa scrivere quando non hai nulla da scrivere: sei consigli imbarazzanti

Ammetto la mia colpa: benché questo blog sia nato anche per ispirare chi scrive per professione (e post come questo ne sono la dimostrazione), anche gli psicomunicatori a volte sono in crisi. E poi c’è la spesa da fare, la casa da pulire, il lavoro che comunque non si farà da solo e così via.

Ad ogni modo, come si dice: cerchiamo soluzioni, non scuse. 

Cosa scrivere quando non hai nulla da scrivere?

Ecco le cose che mi ispirano quando la testa vaga e nulla di interessante sembra profilarsi all’orizzonte:

  1. Le zuffe su Facebook

Lo ammetto, ho un lato trash assai sviluppato. Uno dei miei fondamentali guilty pleasures è cercare su Facebook i post che più di altri so che attireranno polemiche (ora siamo in campagna elettorale, quindi qualunque post va bene) e aprire i commenti. SOLO I COMMENTI. Prima o poi qualche testa illuminata dirà qualcosa che mi farà davvero incavolare, e sentirò il dovere di controbattere. Siccome tuttavia sono un’adepta della regola forumiana “Don’t feed the troll”, prenderò la mia rabbia repressa e andrò a scrivere da un’altra parte. Il blog sarebbe la scelta migliore.

Cosa scrivere quando non si sa cosa scrivere
Appunto.
2. I Corgi

In particolare, i culini di Corgi. Lo so, lo so, sono una professionista, sono più vicina ai quaranta che ai venti eppure quei sederini fuffosi hanno su di me un effetto catartico. Dopo mi sembra tutto più bello. La mia preferita è Geordi La Corgi, autentica webstar: come recita la sua stessa bio fa la “professional butt model”.  È bello sapere di non essere sola al mondo nella mia pazzia.

Cosa scrivere quando non si sa cosa scrivere
Se è porno tolgo.
3. “Cazzo, hai 35 anni e scrivere è il tuo lavoro, vedi che devi fare”

Eh niente, il buon vecchio super – io su di me ha sempre il suo fascino. Nulla mi rende più produttiva del dover fare qualcosa PER FORZA. Se non c’è una deadline, me la invento. Metodo garantito al 100%

Cosa scrivere quando non si sa cosa scrivere
Così dicono.
4. Leggere qualcuno che scrive come piace a me

Calmi, calmi, non caccerò fuori l’artiglieria pesante. Personalmente sono abbastanza incline ad aprezzare i mattoni, ma siccome qui dobbiamo ritrovare l’ispirazione, e farlo subito, ecco alcune pagine facebook che in caso di emergenza mi riconciliano con la scrittura:

  • Non è successo niente , un autore del quale so (mea culpa) troppo poco, ma che trovo piacevole e profondo come pochi
  • Il profilo personale di Enrica Tesio, la talentuosa autrice del blog Ti Asmo. La sua headline è “Prima o poi l’amore arriva. E ti Incula”. Serve altro?
  • Paconpoco, al secolo Paola Forlani. Poche cose al mondo mi fanno ridere come il suo cane Smita, le cui gesta sono raccontate in un esilarante mix tra italiano e inglese. Per non parlare dei disegni di Paola: spettacolari.
leggere
Leggere cura tutti i mali.
5. Scrivere come mi sento

Metodo truce che odora di parapsicologia, ma fa decisamente il suo dovere. Scrivete quello che sentite. Ho fame, ho freddo, i capelli sporchi. Se vi sembra di non sentire nulla, descrivete. La mia pancia borbotta, ho la pelle d’oca, mi sono appena dato la penna in un occhio. Non importa quanto banale sia quello che buttate giù, fatelo e basta. Dopo tre righe, sarà subito stream of consciousness.

6. Scrivere articoli come questo

“Non so cosa scrivere”, “Ecco, intanto comincia”.

 

#GnaMeat Campania: quando la carne non è peccato (e come raccontarla)

#GnaMeat Campania: quando la carne non è peccato (e come raccontarla)

I peccati della carne sono di gran lunga quelli che preferisco.

In ogni senso: da quelli strettamente connessi ad attività riproduttive adoperate a scopo ricreativo, passando per la gola (che è sì piacere carnale, anzi, provate a smentirmi), ogni peccato capitale che presupponga un’indulgenza al piacere qui è ben accetto.

Ovviamente rientrano tra i piaceri della carne anche quello che provi quando la carne te la metti sotto i denti per finalità alimentari: un peccato che oggi, tra crociate vegane e bistecche sotto accusa per tutti i mali del mondo, si confessa a voce bassa, come una scappatella con la segretaria o con il maestro di tennis

Ma qui, in camera caritatis, lo possiamo dire: la carne è buona. E non solo: è intrinsecamente trasgressiva. Ad ogni boccone, sai che un povero animale è morto per il tuo piacere, che non stai esattamente ingurgitando le calorie di un minestrone, che tutte quelle storie sulla carne rossa non saranno state raccontate per caso: tuttavia la carne resta una di quelle tentazioni un po’ colpevoli dalle quali solo pochi di noi riescono a sfuggire.

Quando ho ricevuto l’invito di Federcarni e YouMeat per il primo #GnaMeat campano, la parte di me temperante, quella che sfugge gli eccessi e mira alla salubrità, ha accolto con una certa diffidenza l’idea di una serata ad alto tasso di calorie animali: l’altra parte di me, il Dionisiaco, già pregustava i vini che avrebbero accompagnato questa nuova esperienza gastronomica.

Nei giorni che hanno preceduto l’iniziativa, sognavo rollè di manzo che saltavano staccionate e conturbanti donne – bovino che occhieggiavano dalle loro stalle. L’idea di una serata a base di sola carne mi stuzzicava, mi sembrava vagamente perversa: TUTTA! LA! CARNE! DA! FUORI! Una sorta di esibizionismo gastronomico, insomma: una serata vegana, probabilmente, non avrebbe sortito lo stesso effetto.

porca vacca
“E che ci vuole a raccontare di una grigliata di carne?”. Ecco, beh, insomma. Credits by www.veganzetta.org

Cosa è successo, quindi, quando il 22 novembre scorso food blogger campani, influencer e beh, me, ci siamo trovati attorno alla stessa tavolata per scoprire le sorprese che Youmeat aveva in serbo per noi?

Questa è la storia di una serata ad alto godimento gastronomico, nonché di una scoperta di qualcosa che, probabilmente, mai avrei immaginato nè  saputo raccontare: 

La carne non gode un momento di grandissima popolarità.

Anzi: da un eccesso di consumo (che ha danneggiato fortemente il mercato in quanto ha costretto ad una sovrapproduzione, con conseguente calo della qualità), siamo passati ad una vera e propria psicosi che, dalla Mucca Pazza in poi, ha gradualmente ristretto il campo di un alimento che è parte della nostra tradizione ma che, e questa è la chiave di lettura di tutta la faccenda, non può essere consumato come oggi siamo abituati a fare.

La carne va mangiata con moderazione, privilegiando la qualità alla quantità, va preparata con cura e comprata con attenzione da macellai che sanno fare il proprio lavoro.

Come un produttore di carne può raccontare questa versione della storia, a fronte di un’opinione pubblica che ogni giorno racconta

E qui entra in gioco Federcarni, la federazione italiana dei macellai, che da vera insider ha rilevato già da tempo quella che è una vera e propria emergenza produttiva: pochi, pochissimi giovani sono interessati al lavoro del macellaio. Un lavoro faticoso che richiede competenze tecniche specifiche, una conoscenza eccellente dei diversi tagli, la consapevolezza di tutti i passaggi che rendono speciale anche una semplice bistecca alla piastra.

Il mio, il nostro immaginario relativo alla carne è assuefatto alla vista delle sconfinate distese di fettine incellofanate che invadono i banchi frigo dei nostri supermercati: con quella che è a tutti gli effetti una pornografia alimentare, la sovraesposizione ad un alimento ormai di routine ne svilisce la magia, la vera essenza, l’esperienza di gusto.

Ed è proprio dal ricordo delle carni battute con amore, dell’agnello pasquale che solo trent’anni fa veniva condiviso con attenzione, le piccole carni da lattante suddiviso con le persone più care, del pollo che veniva portato a tavola durante le feste e che stregava tutti con il proprio sapore, che tre giovani professionisti del napoletano hanno scelto di lanciare YouMeat, associazione in difesa della filiera della carne.

Domenico Timbone, Fabio Rossi e Francesco Veneruso, rispettivamente presidente, vicepresidente e consigliere di YouMeat sono i mattatori di una serata speciale, offerta dalla Braceria Barone di Casalnuovo di Napoli. La loro missione è quella di promuovere un consumo della carne più giusto: lungi dal demonizzare un alimento che ha fatto parte da sempre della vita dell’uomo, Domenico, Fabio e Francesco invitano i consumatori ad un atteggiamento critico, ma non sprezzante; di uso, ma non di abuso.

Domenico e Fabio, entrambi avvocati, si conoscono da una vita: condividono i giochi e le gustose pietanze a base di carne del papà di Domenico, macellaio. A loro si aggiunge Francesco, cuoco di professione.

I tre moschettieri della carne napoletana, tuttavia, per una serata cedono il passo a D’Artagnan: è infatti Raffaele Barone, proprietario della Braceria Barone, il vero mattatore della serata.

Dopo una breve presentazione della sua attività – una macelleria di sua proprietà a pochi passi del locale, la scelta di rilevare i locali dove a sua volta il padre era macellaio, e trasformarli in un posto dove non solo è possibile mangiare la carne, ma anche comprarla direttamente dal produttore – Raffaele lascia parlare i suoi piatti.

Per ingolosirci Raffaele ci offre polpettine con panatura di chips e torta rustica salsiccia e friarielli: un assaggio robusto di quello che saremmo andati a consumare e che ha subito chiarito a me e a tutti i presenti che la dieta questa sera sarebbe stata archiviata. Seguono due serie di antipasti: un misto di salumi e formaggi stagionati, cui sono seguite bruschette e fagioli alla messicana. Un assaggio di paccheri alla genovese e una Reale di Scottona Polacca concludono degnamente la cena.

In occasione di quella che gli esperti mi hanno assicurato essere la prima Social Dinner Campana, è stata presentata anche la nuova borsa Federcarni, per la quale accolta Francesco D’Agostino, responsabile marketing di Federcarni Nazionale, ha studiato un’accurata strategia di storytelling visivo, valorizzando la figura dell’artigiano macellaio e la sua bottega italiana per raccontare il prodotto e le persone che ci sono dietro.

Foto foodblogger
Fare i foodblogger è un lavoro rischioso, ma qualcuno deve pur farlo. Anche a rischio di far raffreddare la scottona. Qui vediamo ritratti Licia Sangermano dell’omonimo blog, Fabio D’Amore di Assaggi di Viaggio, Anna Pernice di Travel Fashion Tips e Sabina Petrazzuolo di Uptowngirl. Diana di Psicomunico stava mangiando, a dire il vero.

Tra i progetti futuri di Federcarni e YouMeat, annoveriamo un’Accademia delle Carni, per incentivare un consumo maggiormente consapevole e promuovere le eccellenze del nostro territorio (al via un progetto sul pollo campese giallo) e lo sviluppo di strategie di marketing innovative per raccontare quello che è stata la carne nella nostra storia e come acquistare al meglio: estremamente interessante da questo punto di vista è l’app Meat Up, progettata da un giovanissimo cultore della materia, che consentirà la tracciabilità di ogni pezzo di carne che andremo ad acquistare a partire dal codice identificativo, e ci permetterà di scoprire cosa andremo a mangiare in ogni momento.

La serata si è conclusa con la promessa di rivedersi al più presto ma anche con la consapevolezza che davvero in ogni tradizione del nostro paese esistono storia, cultura e competenze specifiche che spesso ignoriamo. Storie che vanno raccontate anche, anzi, soprattutto, quando si tratta di cose apparentemente banali come, ad esempio, il mangiare. E poi, suvvia! i peccati di gola non sono poi così male.