Si dice ministro o ministra? Linguaggio, sessismo e nazismo grammaticale

Si dice ministro o ministra? Linguaggio, sessismo e nazismo grammaticale

Ministro o ministra? Sindaco o sindaca?

Negli ultimi mesi si sta consumando una battaglia senza esclusione di colpi tra chi sostiene la necessità di declinare le professioni secondo il genere sessuale e chi attribuisce a tale pratica il valore di una barbarie linguistica.

Da una parte del ring abbiamo Laura Boldrini, giornalista ed attuale presidente della Camera: la sua attenzione al linguaggio di genere – apparentemente inaudita – ne ha fatto una facile vittima di molti benaltristi, che ci ricordano essere ben altri, per l’appunto, i problemi dell’Italia. Una posizione non comoda, rimarcata dichiarando, nel 2013 «Chiedo da mesi, non per puntiglio, di essere chiamata “la presidente”. E invece quando si rivolgono a me mi chiamano “signor presidente”. Ora basta. Non è un puntiglio o un vuoto formalismo, bensì l’affermazione che esiste più di un genere». Dall’altra parte, ritroviamo illustri politici, ex presidenti della Repubblica e – a quanto pare, il vero fiore all’occhiello dello schieramento – Vittorio Sgarbi, illustre critico d’arte e attaccabrighe patentato. Di solito chi siede da questa parte del tavolo lamenta “l’abominio” perpetrato ai danni della lingua italiana, e la palese scorrettezza delle regole che si chiede di applicare.

A questa querelle le piazze social hanno dato notevole spazio: la posizione dominante sembrerebbe essere quella dei paladini della grammatica del secondo gruppo.  Il che è strano, visto il livello dei post che leggiamo ogni giorno su facebook, ma bene così.

Detto questo: è la Boldrini la prima ad aver posto questo problema?

Assolutamente no. Già nel 1987 Alma Sabatini stilò le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, nell’ambito della pubblicazione Il Sessismo nella lingua Italiana: il testo, promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna, si pone come obiettivo quello di “dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile”.

Il testo propone, espressamente, l’uso dei termini “ministra”, “assessora”, “avvocata” e recita, allora come se fosse stato scritto oggi “La lingua è una struttura dinamica che cambia in continuazione. Ciò nonostante, la maggior parte della gente è conservatrice e mostra diffidenza – se non paura- nei confronti dei cambiamenti linguistici, che la offendono perché disturbano le sue abitudini o sembrano una violenza contro natura”.

Persegue questa linea la linguista Cecilia Robustelli, che in collaborazione con l’Accademia della Crusca, ha pubblicato nel 2012 le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, adottate dal Comune di Firenze nell’ambito del Progetto Genere&Linguaggio. Qui si dice “In italiano il genere grammaticale dei nomi è comunemente congruo con il genere biologico del referente: i termini che si riferiscono a un essere femminile sono di genere grammaticale femminile e quelli che si riferiscono a un essere maschile sono di genere grammaticale maschile.

Non c’è nessuna ragione di tipo linguistico per riservare ai nomi di professione e di ruoli istituzionali un trattamento diverso.

Gli unici vincoli nel declinare le parole secondo il genere sono quindi quelli della grammatica, e a chi dice che “sindaca” è sbagliato, e che allora anche il pediatra deve diventare pediatro, possiamo rispondere che:

◦      Le parole terminanti in -o, -aio/-ario mutano in -a, -aia/-aria: architetta, avvocata, chirurga, commissaria, ministra, prefetta, primaria, sindaca

◦      Le parole terminanti in -sore mutano in -sora: assessora, difensora, evasora, revisora

◦      Le parole terminanti in -iere mutano in -iera: consigliera, portiera, infermiera

◦      Le parole terminanti in -tore mutano in -trice: ambasciatrice, amministratrice, direttrice, ispettrice, redattrice, senatrice

◦      Le parole terminanti in -e/-a non mutano, ma chiedono l’anteposizione dell’articolo femminile: la custode, la giudice, la parlamentare, la presidente: stessa regola per i composti con il prefisso capo-: la capofamiglia, la caposervizio

◦      Le forme in -essa e altre forme di uso comune vengono conservate: dottoressa, professoressa.

Come suggerito ancora una volta da Cecilia Robustelli per la formazione dei termini relativi a professioni e cariche istituzionali (in Dizionario del 2012, di G. Adamo e V. Della Valle, in Treccani. Il libro dell’anno 2012, pp. 266-69, p. 269).

Ma allora perché tante resistenze?

Perché, ci piaccia o meno, siamo noi stessi a scegliere dell’evoluzione di una lingua. La stessa Accademia della Crusca non disciplina le regole grammaticali, ma si limita a descriverne l’evoluzione. Se parole nate per descrivere fenomeni relativamente nuovi (“scannerizzare”, “taggare”, “cliccare”) sono ormai entrate nell’uso comune, parole vecchie usate per descrivere fenomeni nuovi (l’aumento di donne al potere) non riescono a prendere altrettanto piede. Il principio – correttissimo – che il ruolo debba prescindere dal sesso non trova nella lingua italiana uno specchio adeguato: non possediamo infatti un genere neutro, e adoperare il maschile per ambo i sessi non è di fatto corretto.

Se parole, come abbiamo visto, grammaticalmente corrette sono così osteggiate – mentre, per dire, a furia di citare indignati l’episodio di “petaloso”, rischieremo davvero di trovarcelo nel dizionario – probabilmente ci sono dei passaggi culturali che dobbiamo ancora accettare. Per esempio, dovremmo ammettere che discussioni come questa evidenzino come sulla “questione femminile” ci sia ancora da fare molto, e non per una questione linguistica: se gli unici commenti che leggiamo sono contro le “femministe del cxxxx che vogliono cambiare la grammatica” o “che cavolo vogliono queste isteriche” forse sì, c’è ancora molto da fare.

Il blocco dello scrittore: perché non riesco a finire quello che scrivo?

Il blocco dello scrittore: perché non riesco a finire quello che scrivo?

Quando avevo otto anni decisi che avrei scritto la mia autobiografia. Sì, in effetti ero una bambina pretenziosetta. Comprai un bel quaderno, scrissi sulla copertina “Le mie memorie” (com’ero io da piccola? Infatti) e lo tenni lì: andò molto più lontano lo sfottò delle mie sorelle che la mia mia volontà di raccontare quella volta che Giandomenico mi ruppe gli occhiali con una pallonata o di quell’indigestione di insalata di riso che feci nel 1989. Ebbi, per dirla in breve, un precocissimo blocco dello scrittore.

Cosa andò storto?

Probabilmente, il fatto che la mia esistenza da ottenne non si caratterizzasse per eventi straordinari fece la sua parte: ero pretenziosetta, ma sapevo fare un discreto esame di realtà, e mi rendevo conto che storie di denti caduti e ginocchia sbucciate potevano non avere un grande seguito.

Volendo fare l’esercizio di cercare sempre un insegnamento dalle cose, posso dire che quel blocco dello scrittore datato  1991 non è poi molto diverso da quello che mi ha impedito, circa 15 anni dopo, di aggiungere un paio di capitoli alla mia tesi di laurea per garantirne la pubblicazione; dal meccanismo perverso che mi fa trascinare per settimane quei lavori per i quali non ho una scadenza precisa, e che mi permettono di aggiornarmi, verificare, rileggere all’infinito; o anche l’indolenza che, anche adesso, mi fa prendere in mano il cellulare ogni cinque minuti per vedere se sono arrivati messaggi.

Perché avviene il blocco dello scrittore? Mancanza di concentrazione, certo. Pigrizia pure, ci sta. Tuttavia, io definirei questo fenomeno di auto sabotaggio “Sindrome da documento di word lasciato a metà”, un fenomeno complementare e parallelo alla cosiddetta “Sindrome da foglio bianco”.

Per intenderci, la Sindrome da foglio bianco ti colpisce di fronte ad una pagina completamente vuota, quando sei sommerso dalle idee o non ne hai nessuna; in entrambi i casi scrivere, scrivere di qualunque cosa , può aiutare. La sindrome da documento word è un’evoluzione della prima: stai facendo il tuo lavoro, magari hai faticosamente raggranellato qualche idea su carta, ma ad un certo punto ti ritroverai a dire:  “Oh mio dio, ma quello che sto scrivendo fa veramente schifo!”.

Immagina la scena: sei tu e la tua birra ghiacciata di fronte al tuo Mac, seduto alla tua Postazione Da Scrittore. Nella tua mente si avvicendano scenari fantastici, unicorni glitterati e draghi sputa caramelle. Cominci a scrivere, ti tremano le mani, tutto è meraviglioso: poi rileggi il tutto, e l’euforia passa. Cerchi di proseguire ma nulla, gli unicorni se ne sono andati e perché mai, cribbio, i draghi dovrebbero sputare caramelle. Il nostro lavoro resta dunque lì, senza una degna conclusione: a volte lo riprendiamo, a volte lo dimentichiamo, salvo poi ritrovarcelo davanti e sentire l’amaro in bocca dell’incompiuto.

Il blocco dello scrittore è un mostro con più facce : “mettersi e scrivere” , come spesso si suggerisce, è un ottimo rimedio di emergenza se sei costretto a scrivere qualcosa, ma non sai da dove cominciare.

La necessità di portare a termine qualcosa è già un’ottima motivazione: certo, potresti non scrivere con gioia, ma in fondo quale professionista della scrittura parla di qualsiasi argomento con immutata felicità?

Il problema nasce quando ci blocchiamo di fronte a qualcosa che stiamo scrivendo per noi: come quando il romanzo nella tua testa si interrompe, e non sai cosa fare.

Di seguito, ti darò qualche consiglio per superare il blocco dello scrittore: bonus track, ti svelerò qualche segreto per scrivere divertendoti di quasi qualunque argomento.

Pronti? Andiamo.

Partiamo dalla motivazione, ossia “Chi me lo fa fare?”.

Motivazione estrinseca ed intrinseca: cerca uno scopo più alto, sempre

Uno dei concetti psicologici che maggior successo ha trovato in contesti quotidiani è la differenza tra motivazione intrinseca ed estrinseca. Dobbiamo questo concetto a  Deci e Ryan (1985), che nella loro Teoria dell’autodeterminazione collegano la naturale ricerca dell’uomo di occasioni di crescita e di miglioramento tanto alla presenza di incentivi esterni (“estrinseci”), quanto ad una forte volontà interiore (“intrinseca”, appunto”). La motivazione estrinseca funziona bene, anzi benissimo, nel breve periodo: se io faccio qualcosa per compiacere qualcun altro, o perché, banalmente, sono pagato per farlo, la nostra curva di perfomanza al compito schizzerà in alto nell’immediata vicinanza del compito che mi aspetta, per poi precipitare verso il basso non appena sarà terminata l’urgenza. Immediatamente prima ed immediatamente dopo questo grande sprint attiveremo meccanismi cognitivi meccanici, che ci permetteranno di interagire con l’ambiente quel tanto che basta per non perdere di vista informazioni importanti sul compito che ci aspetta, ma non staremo certo lì a reiterare, a studiare, ad affaticarci.

Vi faccio un esempio pratico: siamo agli ultimi esami all’università, non ce la facciamo più. Probabilmente negli ultimi 4, 5 giorni che precedono l’esame non sentiremo più fame, sete, sonno: ogni parte del nostro essere sarà proiettato a quella prova. Poi facciamo l’esame, e mettiamo subito i libri il più lontano possibile dalla nostra vista.

Cosa succede, invece, se studiamo per il nostro esame preferito? Leggeremo giorno e notte anche mesi prima della prova, ci interrogheremo su ogni passo, faremo ricerche su internet: certo, superare l’esame sarà bellissimo, ma sarà altrettanto gratificante sapere tutto di quell’argomento.

“Diana, ma cosa c’entra con il blocco dello scrittore? Se è vero quello che mi dici, allora dovremmo avere enormi difficoltà a svolgere compiti che non ci piacciono e dovremmo andare come un treno in quelli che ci piacciono!”.

Vero, anzi, no. La motivazione va rinforzata, va nutrita, va coltivata: quante persone cullano grandi sogni che poi abbandonano? Certo, stai facendo qualcosa che ti piace, ma la giornata storta ti capiterà prima o poi. Così come il foglio word lasciato a metà.

D’altra parte, quante persone, per lavoro, fanno quotidianamente qualcosa che non piace loro? Eppure lo fanno senza particolari difficoltà.

La motivazione intrinseca e quella estrinseca sono, in realtà, assolutamente complementari:

La prima è la stella polare che ci guida e non ci fa perdere l’orientamento; la seconda, oltre ad essere funzionale alla nostra esistenza – nella quale, come ben sappiamo, le cose che non ci va di fare superano quelle a noi gradite – ci garantisce di “ricaricarci” in termini di gratificazione.

Cosa succede, in pratica:

Stai buttando giù il tuo primo libro. È il tuo sogno, lo è sempre stato. Siccome il blocco dello scrittore è un figlio di buona donna, è facile che si manifesti all’improvviso, quando magari hai passato giorni a scrivere senza interromperti. Ti disperi un’ora, ti disperi due ore: poi te ne vai fischiettando perché in fondo, che cavolo! Mica te l’ha ordinato il dottore di scrivere un libro! Eppure, questa cosa non ti va giù.

In fondo, quando la nostra motivazione estrinseca cede, possiamo deludere qualcuno: quando è quella intrinseca a tradirci deludiamo noi stessi.

Cosa possiamo fare:

Quello che abbiamo detto, è che motivazione estrinseca ed intrinseca nascono da processi diversi. Quello che non abbiamo detto, è che sono fortemente legate.

Pensaci: quando non fai qualcosa per qualcuno, non ci resti forse un po’ male personalmente? E quando non riesci in qualcosa in cui credi fortemente, non soffrono con te anche i tuoi cari?

Il consiglio quindi è di allenare entrambi i tipi di motivazione: quando l’una fallirà, l’altra verrà in tuo soccorso!

– Da motivazione intrinseca a motivazione estrinseca

La tua concentrazione è venuta meno in qualcosa che hai cominciato di tua volontà, ed il blocco dello scrittore ti ha assalito? Parlane con qualcuno importante per te, con qualcuno il cui giudizio per te sia particolarmente significativo. Lo so, confessare un fallimento o presunto tale non sempre è piacevole, ma servirà a dividere le responsabilità di qualcosa che per te è importante fare ma in quel momento non ti va di fare. Quando tu non te la sentirai di affrontare nuovamente il foglio, ci sarà sempre dietro di te qualcuno pronto a pungolarti e a dire “allora?”. Vedrai che ricomincerai a scrivere. Per te, ma anche per mettere a tacere il grillo parlante alle tue calcagna.

Sì, ma non è che non mi va di scrivere, è che non ci riesco”. Fidati, è solo una tua impressione: dopo ti spiegherò perché non  è un problema di capacità.

– Da motivazione estrinseca a motivazione intrinseca

Devi fare assolutamente qualcosa, ma non riesci a cominciare? Approfondisci. Perdi qualche minuto su internet, cerca informazioni su questo argomento che proprio non ti va giù. Fatti delle domande. La curiosità è una molla potentissima per cominciare a fare qualcosa. E se proprio non ti viene in mente nulla? Copia e incolla: dopo di che rileggi, ed elimina qualcosa. Riscrivi le frasi. Cerca altro materiale. Ripeti. Attenzione, non ti sto suggerendo di plagiare (nel caso tu voglia comunque utilizzare del materiale d’altri, cita sempre le fonti): ti sto solo suggerendo di affrontare a piccole dosi il compito della scrittura, partendo dalla base – la copia – per arrivare al vertice della piramide, il contenuto inedito. Non c’è blocco dello scrittore che non passi con una procedura step by step di questo genere.

Aiuto, ma non mi vengono le parole!

Fidati, le hai.

Ogni giorno produci centinaia di migliaia di parole, ogni giorno dalle tue dita esce una quantità di materiale scritto da fare. Probabilmente penserai che non ti vengono su comando, che la professione dello scrittore dovrebbe autoalimentarsi in base alla propria ispirazione. E invece no.

L’ispirazione è un muscolo e come tale va esercitato.

Ritorniamo all’esempio di chi scrive per lavoro: un buon 30% degli argomenti affrontati dai giornalisti di settore non sarà esattamente nelle loro corde; se poi pensiamo alla stampa generalista, questa percentuale salirà drasticamente. Il sapere mondiale è, più o meno, sconfinato, e non possiamo essere esperti di tutto.

Ancora più in generale: non ci può piacere tutto.

Nel mio lavoro di comunicatrice, scrivo in media 25/30 comunicati stampa alla settimana, almeno una trentina di post su siti specialistici ed un numero pressoché infiniti di testi per brochure, locandine e siti per qualche cugino di qualcuno ricco di iniziativa ma meno di capacità espressive. A fine giornata sono decisamente stanchina, ma porto a termine tutto quello che mi sono prefissata.

Come faccio?

Ho uno script; banalmente, le 5 W del giornalismo anglosassone (When, Where, Who, What e Why) sono il più efficace vademecum del giornalismo che io riesca ad immaginare. Rispondi a queste 5 domande, e sei già a metà strada.

Detto ciò, ecco a cosa io presto attenzione:

Il mio lettore conosce ciò di cui sto parlando?

A seconda della risposta che mi darò, dedicherò una riga, un paragrafo o qualcosa di più per contestualizzare al meglio l’oggetto del mio articolo. Partendo da quella che sembra essere una formalità (riportare almeno una volta per intero le diciture normalmente sostituite da acronimi) posso giocare con i livelli di approfondimento, creando curiosità in chi legge e rispondendo ad una semplice domanda: perché mi dovrebbe interessare quello che stai scrivendo? Abbiamo recuperato qualche altra riga di testo.

Qual è il mio obiettivo?

Emozionare, convincere, informare? Ovviamente il mio registro stilistico dovrà variare a seconda dei casi, ma ne parleremo in un’altra occasione. Per il momento ci interessa semplicemente chiudere il pezzo. Possiamo creare una vera call to action, suggerendo ai nostri lettori cosa fare (per aiutarci? Per ottenere qualcosa? Per saperne di più?) in maniera semplice, anche senza troppa filosofia. O lasciare un finale aperto, se il testo ce lo permette.

Respira, abbiamo finito. Di fronte a te c’è un testo più o meno completo, che deve soltanto essere riletto.

Come dici? Che queste regole valgono soltanto per la scrittura professionale?

Non è vero, o almeno lo è solo in parte.

Se raccontarsi, raccontare, sono azioni istintive, farlo con metodo e con un obiettivo preciso richiede disciplina. Tanta. Devi trovare il tuo flusso di scrittura (in inglese, workflow), darti dei tempi ed un obiettivo preciso (un’ora al giorno? Due ore nel weekend?). E, quando il blocco dello scrittore arriva, bisogna prendersi per le orecchie e scrivere comunque. Mantenendo alta la motivazione, ma senza cedere allo scoramento.

Queste sono le mie strategie per fronteggiare il blocco dello scrittore, o per lo meno per non sentirmi troppo abbattuta quando mi capita.

Tu le hai mai provate? C’è qualcosa che potresti aggiungere?

Come scrivere una buona e-mail: i tre vizi di scrittura da correggere subito

Come scrivere una buona e-mail: i tre vizi di scrittura da correggere subito

Mi lancio subito in una premessa doverosa: la grafologia non è per me.

Occhielli più o meno dilatati, la variabilità della pressione sulla carta, la prossemica delle lettere: in generale potrei dire – con una buona dose di faccia tosta – che si prende tutto un foglio per scrivere abbia una personalità più estroversa di altri, ma per quanto concerne me – ed espressamente me, che sono una psicologa ante litteram – questo tipo di osservazioni hanno pressappoco la stessa valenza dell’oroscopo.

Chiarito ciò – e salutando caramente chi della grafologia ha fatto una professione – io ho come parametro di valutazione esclusivamente il Nanni Moretti – pensiero:

Chi parla male, pensa male. E lo stesso avviene se si scrive male.

Ora, non è che si debba essere tutti Manzoni, ma se ricevo una e-mail palesemente aggressiva, con punteggiature casuali e – cosa che mi fa arrabbiare più di ogni altra – con toni esageratamente confidenziali (soprattutto se parliamo di e-mail di lavoro) – partirò inevitabilmente prevenuta contro l’anonimo scrittore. Pensateci: una buonissima percentuale dei nostri “primi contatti” con altre persone avviene per e-mail, o comunque per iscritto. Vediamo quindi cosa possiamo fare per aumentare la probabilità di un secondo incontro – soprattutto se, come spesso avviene ai giorni d’oggi, il primo contatto era dovuto a ragioni frivole e veniali come, che so, la ricerca di un lavoro o l’avvio di qualche collaborazione.

Linguaggio burocratico? No, grazie

Tra i punti fermi che hanno contrassegnato la mia infanzia, uno dei miei preferiti è la serie a puntate de I promessi sposi di Solenghi, Marchesini e Lopez. Se non sapete di cosa sto parlando, andate via da qui che siete troppo giovani e con voi non ci voglio parlare. O meglio ancora, recuperate quel capolavoro, e poi avremo qualcosa da dirci. Per farla breve: ad un certo punto Lorenzo, o come dicevan tutti Renzo, si reca da Pennellone, il padre di Lucia (magistralmente interpretato da Pippo Baudo), per domandargli la mano della sua amata. Il giovane Renzo, visibilmente emozionato, apre la propria calorosa dichiarazione con una frase che nelle sue intenzioni sarebbe stata di grandissimo effetto “Ho l’ardire di venirvi a dire”. Nella realtà l’effetto c’è, ma non è quello sperato: a Renzo, uomo del popolo, tutta quell’allitterazione fa arricciare la lingua e solo dopo diversi tentativi riesce ad esprimere il suo concetto. Il linguaggio burocratico funziona così: servirebbe a darci un tono, ma nei fatti spesso è solo esilarante.

Con la presente si allegano n°10 fatture…”. Ma chi sei? Che vuoi da me?

Segnatamente alla comunicazione inviataLe, intendo rivolgerLe i miei più cordiali saluti”. Ma chi usa il termine “segnatamente” ? (io, ma ho una serie di problemi che non mi fanno abbandonare alcuni vezzi linguistici).

Gli esempi sono infiniti, ma l’effetto finale è sempre lo stesso: ribadiamo una profonda distanza tra noi e il nostro interlocutore, lasciando intendere che quella stessa comunicazione sarà mandata, in copie pressoché identiche, a milioni di altre persone. Ora, nessuno di noi crede davvero di essere unico e speciale in tempi come quelli attuali, dove”l’invia a tutta la rubrica” è prassi comune, ma considerando che stai scrivendo proprio a me, possiamo anche tentare un contatto più genuino. Inoltre, diciamoci la verità: chi, nel mondo reale, parla davvero così?

Ok, magari siamo persone insicure e avere uno schema standardizzato ci può aiutare: siamo davvero sicuri che sul lavoro vogliamo essere percepiti come persone che non riescono proprio ad uscire da convenzioni così desuete?

Nel dubbio, scrivi come mangi. 

Suvvia, non faremo certo una figura peggiore se scriveremo “buongiorno, vi allego queste 10 fatture”,  né impegneremo molto più tempo.

Botta e risposta: perché non funziona

I social network ci permettono con pochi click di annullare le distanze e di parlare con chiunque in ogni parte del mondo: la partecipazione a discussioni con chiunque e su qualsiasi argomento ha reso inattuali  (e verrebbe da dire “purtroppo” ) alcune prassi che useremmo nel mondo reale, come l’attenzione al contesto o l’analisi dei nostri interlocutori .

I flame che esplodono quotidianamente su Facebook sono la dimostrazione che, anche sui social media, commentare una notizia dicendo la prima cosa che ci viene in mente è una pessima idea nel 99% dei casi: e allora perché lo facciamo anche quando scriviamo un’e –mail?

“Dammi questa informazione”, “Perché non mi avete chiamato?”, “A che ora aprite?”: a tutti questi autori ignoti chiederei sempre di rimandarmi la loro richiesta in carta intestata e bollata con la ceralacca così, per la legge del contrappasso.

Partiamo dalle basi: è vero, su Facebook è tendenza diffusa ed accettata utilizzare il “tu”, ma prima di passare a forme così personali anche sulle e-mail, aspetterei che si sia almeno consolidata un minimo di coscienza. Luisa Carrada de Il Mestiere di Scrivere da questo punto di vista è meno rigida di me, ma la mia esperienza personale mi suggerisce che, almeno in alcuni contesti lavorativi, è meglio mantenere almeno per un po’ un maggiore distacco (un esempio per tutti: la scuola).

Nel Terzo Settore, nel quale lavoro da oltre 10 anni, presentarsi con i propri titoli professionali sembra quasi una bestemmia: i vari dottori e dottoresse sono scherniti in allegria, perché tutti ci vogliamo bene e basta il cuore che metti nel fare le cose. Eppure, come dicono i saggi dalle mie parti A tropp’cunferenz’ ‘e mamm’rà mala crianza (letteralmente, troppa confidenza genera maleducazione).  Quindi, evitiamo.

Meglio essere un po’ formali, che troppo confidenziali dal primo momento.

Le e-mail non sono Facebook. La vita reale non è Facebook.

Presentati: Di’ chi sei, cosa vuoi.

Spiega a chi stai scrivendo come mai hai il suo contatto, imposta un po’ di cornice e, alla fine, saluta. Forse penseranno che tu sia un po’ zelante, ma zelante è assai meglio di scostumato.

L’asincronia della parola scritta: c’è una vita oltre lo schermo

In tempi lontani, erano i piccioni viaggiatori scandivano il tempo delle nostre comunicazioni. Liete e tragiche novelle erano affidate alle ali di pennuti spesso meno veloci degli eventi che erano chiamati a rappresentare (c’è la peste? Maddai! ). Poi sono arrivati servizi postali, telefoni  e infine internet. È vero, noi siamo abituati ad una comunicazione sempre più rapida e sincronica, ma a tutto c’è un limite: nel caso specifico delle e-mail, il limite è riposto nel fatto che non siamo sempre davanti al pc. Né – per fortuna, aggiungerei – abbiamo sempre in mano il nostro smartphone. Nel caso specifico delle e-mail professionali, può inoltre capitare che, durante il fine settimana, il nostro interlocutore non scarichi proprio la posta perché – indovinate? – non sta lavorando.

Molto spesso chi scrive lo fa per sedare un’ansia immediata: butta sul foglio i propri quesiti, ed invia. La telefonata spesso è vissuta come un atto più invadente: non si chiama prima di una certa ora, non si chiama all’ora di pranzo, non si chiama dopo le 20. Le e-mail sono sempre lì, a disposizione: spesso non c’è neppure un segnale sonoro del fatto che siano arrivate, quindi possiamo essere abbastanza certi di non disturbare.  Il punto è che la e-mail, per quanto moderna ci possa sembrare, è uno strumento di comunicazione asincrona non meno di quanto lo siano piccioni e lettere tradizionali: non è sottesa, infatti, la compresenza del mittente e destinatario del messaggio, così come avviene ad esempio per una telefonata.

Per farla breve:

Tu puoi scrivere quando vuoi, ma il tuo interlocutore ti risponderà quando potrà, se non quando vorrà.

Insistere per un riscontro, soprattutto a ridosso di feste, ponti ed occasioni nelle quali è facile che non si consultino quotidianamente le e-mail, non è soltanto fastidioso per chi vi legge, ma anche un po’ ingrato: lasci passare infatti il pregiudizio che io non ti voglia rispondere, quando magari non ne ho avuto neppure il tempo. Aspetta un paio di giorni prima del recalling: chi non ti ha ancora risposto magari è stato preso da altro, e se è un buon professionista ti ringrazierà per la tua attenzione.

Un paio di consigli sparsi, a tal proposito:

– In caso di bandi, scadenze urgenti etc…non usare le e-mail a meno che non vi sia stato espressamente richiesto. A volte negli uffici c’è una sola persona deputata a controllare un indirizzo di posta elettronica: cosa succede se, a 12 ore dalla scadenza del progetto, all’impiegato viene un febbrone da cavallo? Meglio non rischiare.

– Per chi riceve le e-mail: sarebbe carino impostare un servizio di risposta automatica che informi il vostro interlocutore che, ad esempio, non risponderai dal 24 dicembre al 2 gennaio, o che gli uffici riapriranno direttamente lunedì. Non è scontato, e non lo è soprattutto ai tempi di Amazon, abituati come siamo ad avere risposta immediata. Se invece l’e-mail  richiede un’analisi approfondita che non hai il tempo di fare subito, o non ti pertiene, dillo subito. Girala a chi di dovere, comunicando al tuo interlocutore l’avvenuto passaggio di consegne, o scrivi, molto sinceramente “devo prendermi un paio di giorni” (ma non dimenticartene!). Usa, insomma, la stessa cortesia che useresti dal vivo.