Dalla bambola dei sogni al marketing aspirazionale: il ritorno (in grande stile) di Barbie

Dalla bambola dei sogni al marketing aspirazionale: il ritorno (in grande stile) di Barbie

Quante di noi hanno giocato da bambine con la Barbie? Feticcio immancabile nelle camerette delle attuali trenta/quarantenni – e forse custodite ancora da qualche fanciulla degli anni ’90 – la bambola più amata, criticata e iconica di sempre ritorna dopo un decennio non proprio brillante nelle case delle bambine di oggi.

Passando dal cuore di chi non l’ha mai dimenticata: le bambine di trent’anni fa, le mamme degli anni 10. E dandoci, come sempre, un’eccellente lezione di marketing.

Dopo un periodo decisamente negativo, sembriamo tutti pronti al rientro in scena di Barbie.

Nei primi anni duemila, la bionda più famosa del mondo sembrava già aver passato il testimone de La più amata dalle bambine a nuove leve decisamente più trasgressive e moderne (e anche un po’ più maiale, you know what I mean), come le Bratz: una lenta agonia, per la quale l’avvento di tablet e applicazioni for kids furono il colpo finale.

Ben pochi, in realtà, provarono a difendere la Barbie da quel brusco declino: con quelle tette e quel bacino così stretto, la figlia prediletta della Mattel non rappresentava esattamente il modello ideale per delle preadolescenti che, pochi anni dopo aver riposto le bambole sulla mensola per l’ultima volta, avrebbero riguardato il proprio corpo con severità ben maggiore di quella che avevano conosciuto nell’infanzia.

Tutti quei soldi piovuti da chissà dove, i tacchi 14 fissi e un’ossessione da TSO per il rosa non hanno perorato molto la causa di Barbie, divenuta soprattutto dopo gli anni ’90 il simbolo della frivolezza femminile. Un bel problema, soprattutto in anni in cui andava ridefinendosi il principio di parità di genere, dopo la sbornia esibizionista degli anni ’80: un’evoluzione di costume che passò, purtroppo, anche dalla constatazione che mai avremmo potuto avere quello che desideravamo. 

Ecco l’indimenticabile contributo alla scienza degli Aqua, che con il loro immortale pezzo Barbie Girl ci hanno restituito un prezioso ritratto della Barbie ridens, chiaramente accompagnata da un Ken in piena Sindrome di Stoccolma.

Un triste finale per una bambola che, quarant’anni prima, rappresentò per le bambine dell’epoca la dirompente novità di non giocare più accudendo qualcuno, ma inscenando col tramite di una bambola già adulta sogni e desideri non necessariamente connessi alla maternità.

C’era bisogno di un’operazione di riposizionamento del prodotto sul mercato, che sovvertisse il giudizio negativo che negli anni si era andato a consolidare contro le Barbie.

Da questo punto di vista, la mostra Barbie. The Icon (partita in Italia da Milano nel 2015 e giunta poi a Roma e Bologna) ha rappresentato un interessante esperimento culturale, nonché il primo passo di una strategia commerciale da veri intenditori.

La Mostra, prodotta da 24 Ore Cultura – Gruppo 24 ore in collaborazione con Mattel e curata da Massimo Cappella, restituisce a Barbie la dimensione che ha, indiscutibilmente, conquistato negli anni: quella di icona, nel senso più puro del termine.

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Anche gli Psicomunicatori vanno a vedere la mostra di Barbie, chiaramente per ragioni di studio.

Barbie rappresenta il sogno, la bellezza, un lusso che non conosceremo mai in un periodo della vita in cui tutto sommato non ce ne frega nulla: è irraggiungibile, ma ci va benissimo così.

L’installazione della mostra strizza assai intelligentemente l’occhio non alle bambine, ma alle loro madri: l’immagine coordinata, rosa di quel rosa Barbie che tutte noi abbiamo imparato a riconoscere fin dalla più tenera età, come un riflesso pavloniano; le immagini di repertorio, che raffigurano solo Barbie prodotte prima del 1995; l’interessante parallelo storico tra le Barbie prodotte e le vicende storiche di quegli anni, che spesso hanno visto il proprio coronamento in una bambola ad hoc; interi scaffali dedicati agli stilisti che hanno disegnato abiti per le Barbie, molti dei quali decisamente molto più sessualizzati di quanto un genitore desidererebbe per i propri figli; riferimenti continui ad una cultura pop che non è e non sarà mai appannaggio di chi nasce negli anni 10, ma neppure negli anni 2000.

Leitmotiv della mostra è stato “Barbie è una donna sicura di sé, che si mantiene da sola e ha fatto mille lavori”. Questo è vero, in effetti.

Abbiamo Barbie veterinaria, Barbie pilota, Barbie presidente degli Stati Uniti (prodotta in diverse versioni, la prima delle quali nel 2008; ben prima che una donna si avvicinasse al colpaccio nella Casa Bianca).

Negli ultimi mesi, la consacrazione. Una lunga serie di video virali diffusi attraverso i profili social di Barbie ha definitivamente premiato il new deal promosso dalla Mattel: con l’hashtag #PuoiEssereTuttoCiòCheDesideri (in inglese: #YouCanBeAnything) –  e le inevitabili condivisioni globali che danno il giusto tocco di viralità –  Barbie si fa protagonista di un processo di empowerment delle nuove generazioni, che possono cambiare il mondo con la loro forza. Questa intenzione in realtà è da sempre stato anche quello di Ruth Handler, creatrice della Barbie:

“My whole philosophy of Barbie was that, through the doll, the girl could be anything she wanted to be. Barbie always represented the fact that a woman has choices“.

Il punto di rosa resta sempre quello, abbacinante; ritornano a gran forza le bambole “professionali”, negli ultimi anni soppiantate da quelle che riproducevano uno stile anziché un altro (una probabile ed infelice imitazione delle Bratz); accanto alle bambine compaiono, per la prima volta, dei maschietti (in netto anticipo rispetto alle nostre abitudini, che classificano le Barbie come il gioco da femmine per antonomasia).

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Oh, cielo! Mio figlio gioca con le Barbie!

Il tone of voice è rassicurante, ispiratore: anche qui il messaggio è direttamente rivolto alle madri, con le quali il content manager sembra condividere le stesse attenzioni e premure che le sue lettrici (ed ex giocatrici di Barbie) riservano per la propria prole. I frequenti richiami alla storia di Barbie innescano in chi segue la pagina un piacevole viaggio nel tempo, il costante richiamo alla maternità mantiene l’attenzione sulla propria identità di genitore e potenziale cliente per procura.

“Ma che noia, quindi si pensa solo alle mamme?”. No, e qui c’è il vero genio.

(E c’è ovviamente un hashtag, in inglese #dadswhoplaybarbie)

Con questo spot le responsabilità di accudimento ritornano equamente sulle spalle di entrambi i genitori; ogni tentativo di machismo scompare di fronte al sorriso delle proprie bimbe e scopriamo che ben il 92% dei padri appoggia le scelte delle proprie figlie. Certo non è ben chiaro come questo sondaggio sia stato realizzato, e non capiremo mai quali tipi di resistenze un padre potrebbe opporre alle scelte di una seienne (giocare a campana anziché a mosca cieca? La gonna rosa invece di quella panna? Chissà), ma l’obiettivo è stato perfettamente centrato.

Famiglia. Amore. Sostegno. Futuro. Ed una bionda che abbiamo sempre preso per scema, ma che evidentemente tanto scema non è.

(Immagini presi dalla pagina facebook di Barbie Italia. Tranne quella della mia faccia. Beh, quella è la mia faccia).

Diletta Leotta a Sanremo: di spacchi, colpevolizzazione della vittima e autodeterminazione

Diletta Leotta a Sanremo: di spacchi, colpevolizzazione della vittima e autodeterminazione

Poche cose mi interessano meno di Sanremo. No, non sono snob: è che proprio non ho la pazienza di stare di fronte al televisore per più di un’ora, figuriamoci per una roba che ha un principio di serialità e che ruota attorno, peraltro, a cose che mi interessano ancora meno di Sanremo stesso.

Persino i vestiti, che sono una cosa che di solito attira in maniera consistente la mia attenzione, rubano al mio zapping convulso pochi istanti: il tempo di dire: è bello/è brutto/fa volgare, e me li sono dimenticati.

Una cosa che normalmente, invece, mi ruba abbastanza tempo ed energie è spiegare ai giovani – ed in particolare alle giovani donne – che esiste una cosa chiamata autodeterminazione. Che non è un vestito, un atteggiamento, un modo di fare a decidere cosa sia una persona e che, soprattutto, non sia nessuna di queste cose a decidere se si è meritevoli o meno di qualcosa. Che i miei gusti sono, per definizione, solo e soltanto miei e che non sono categoria probante del bene e del male.

L’autodeterminazione è un diritto: significa decidere di sé e del proprio destino nei limiti della libertà altrui e della legge.  Mi piace quello che fai? Forse sì, forse, no; ma se non stai commettendo un crimine e non stai facendo qualcosa ai miei danni, potrò al massimo andare a piagnucolare dal mio parrucchiere.

L’autodeterminazione è uno status quo, sei tu che decidi di affermarla per te stesso: è assai insolito, e profuma di fascismo, pensare che il diritto all’autodeterminazione possa essere concesso nella sostanza, nei tempi o nei modi. Che poi è quello che successo ieri alla povera Diletta Leotta, giornalista di Sky particolarmente nota per l’oggettiva avvenenza e per il furto di qualche mese fa di alcuni suoi scatti intimi.

La Leotta, invitata per dire la sua in occasione della Giornata contro il Bullismo, pur nella vergogna e nel dolore del momento, non si è tirata indietro e ha denunciato il sopruso subito: ha quindi invitato tutti coloro che si trovino nella stessa situazione a fare altrettanto.

Bene, brava, bis. Il punto è che la giovane Leotta ha ben pensato di portare sul palco dell’Ariston questa sua importante testimonianza indossando un vestito decisamente poco minimal: corpetto strizzato, gonna con maxi spacco e nessuna intenzione di nascondere le proprie grazie.

È così avvenuto che Diletta Leotta, dall’essere palesemente una vittima – degli hacker, dei maiali che hanno condiviso le sue foto, di chi ha riso di lei – è divenuta colei che parla di privacy con la patata al vento. La giustiziera con le tette da fuori. Ma guardala che incoerente! Prima si lamenta che diffondono le sue foto nature e poi non si veste per andare in televisione!

Prendiamo ad esempio, sicuramente per ultimi, il tweet che Caterina Balivo ha dedicato a Diletta Leotta. Perchè, ricordiamolo, scegliere di mettere uno spacco è un reato contro la privacy.
Prendiamo ad esempio, sicuramente per ultimi, il tweet che Caterina Balivo ha dedicato a Diletta Leotta. Perchè, ricordiamolo, scegliere di mettere uno spacco è un reato contro la privacy.

Opinionisti, maitre a penser più o meno discutibili e donne di spettacolo più o meno vicine al tema dell’emancipazione femminile si sono espressi sulla questione con poco garbo e, soprattutto, nessun rispetto di una vicenda umana assai dolorosa.

Fatemi spiegare qui, in pochi punti, dov’è il tremendo bias cognitivo che ci porta a pensare che una donna poco vestita sia una donna che merita un atteggiamento così terribile.

Lo spazio personale, ossia Se lo puoi vedere non è detto che sia tuo

Goffman definisce lo spazio personale come “lo spazio che circonda un individuo, dove la presenza di altri viene percepita come una violazione che provoca disagio e induce ad allontanarsi[1].

Sappiamo tutti cosa intende Goffman: chi non sopporta di essere toccato sulle braccia, chi si sente a disagio quando vede i propri oggetti spostati, chi non tollera un contatto visivo prolungato.

Posso definire i miei spazi personali anche con l’interazione: se IO, in scienza e coscienza, ti mando le foto del MIO culo, posso dire con certezza che siamo intimi; se IO mando le foto del mio culo a tutta la mia rubrica, vuol dire che non ho problemi né col mio culo né con i miei amici, e va ugualmente bene; se qualcun altro manda foto private del mio culo in giro beh, abbiamo un problema. E questo a prescindere dal fatto che io tenda a mostrare o meno il mio culo in giro.

In conclusione: posso andare in giro vestita da palombaro, da Wonderwoman o essere completamente nuda, ma sono comunque io a decidere se e come le mie immagini private di nudo debbano girare. Dio, ma lo stiamo davvero dicendo?

La colpevolizzazione della vittima

Se l’è cercata”. Quante volte lo abbiamo detto, pensato, o lo abbiamo sentito dire?

Ma cosa vuol dire “cercarsela”? Posso cercarmi una promozione, se studio; una faccia di schiaffi, se sono provocatoria e indisponente; una sbronza, se mi ubriaco. In molte cose, ci sono evidenti rapporti causa/effetto; ancora più spesso ci sono correlazioni.

Cos’è una correlazione? Vi faccio un esempio liberamente tratto dalla mia autobiografia: all’aumentare dei dolci a casa mia aumenta il mio girovita. Questo perché ingrasso per osmosi? No, perché ad un certo punto me li infilo in bocca: non basta la loro compresenza con la mia persona incolpevole. Eppure posso garantire che mai,e dico mai, dei cioccolatini mi sono saltati in bocca. La correlazione è quindi, in breve, “la possibilità che in concomitanza di un evento ne avvenga un altro”. Ripetiamo insieme: non è un rapporto di causa/effetto, ma di concorrenza di più variabili.

Molti uomini si dicono irresistibilmente attratti dalle donne che infastidiscono per strada, ma sono abbastanza convinta che la correlazione tra la presenza di donne in un luogo X e la molestia sia abbastanza debole: quali possono essere quindi altri eventi concomitanti? Donne da sole? Un branco di uomini? Un abbigliamento provocante?

La risposta è che dietro le molestie c’è solo una causa: la presenza di un molestatore. Alcuni elementi fungono da rinforzo positivo (ad esempio, altri uomini che esaltano le “doti” del loro amico), altri ancora possono rappresentare una facilitazione (donne in piccoli gruppi o sole), altri infine sono ormai riconosciuti universalmente come giustificazioni “valide” (un abbigliamento alla “Leotta”, per capirci.

Purtroppo, la psicologia ingenua tende a fare di tutta l’erba un fascio, e tutti questi elementi diventano cause non solo verosimili, ma anche rinforzate dalla comunità. Poter prevedere l’occorrenza di un evento ci serve ad esorcizzarlo: e pensare che possiamo mettere in campo delle strategie per evitarlo, che possiamo insegnarle alle nostre figlie, ci rassicura. Quindi dobbiamo pensare che solo le zoccole saranno molestate, e che le zoccole sono quelle che hanno un aspetto vistoso. Purtroppo la realtà ci insegna ben altro, ma dire che qualcun altro è cattivo è sempre terapeutico.

In realtà…

L’abbigliamento non ci definisce: può aiutarci ad assomigliare all’immagine che abbiamo di noi (più sensuale, timida, spiritosa..), ma non dice nulla di più

Essere sexy e volerlo dimostrare è legittimo, e non c’è nulla di male

Il fatto che gli uomini ribadiscano certe convenzioni sociali è terribile; il fatto che le donne facciano altrettanto è semplicemente suicida.

[1] Goffman, E., Interaction ritual. Essays on face-to-face behavior, New York 1967 (tr. it.: Il rituale dell’interazione, Bologna 1988).

Il Mann lancia Father and son: quando lo storytelling si fa con i videogiochi

Il Mann lancia Father and son: quando lo storytelling si fa con i videogiochi

Diciamoci la verità: se oggi apprezzi i musei, non è detto che tu lo abbia fatto anche da piccolo.

Ricordo distintamente quando, durante le gite scolastiche, con un pesantissimo zaino sulle spalle e oltre 20 testoline davanti alla mia, fingevo di interessarmi a cose che non capivo (sì, sono una paracula since 1983).

Merito di questo scarso amore per l’arte fu probabilmente l’assenza di strumenti che mi avvicinassero effettivamente ad essa, ad una comprensione di quello che mi si parava davanti: l’età, la curiosità per la storia ed il senso estetico che pervade ogni molecola della mia esistenza hanno permesso il mio riavvicinamento ai musei ben dopo i 20 anni, e certamente non potrei definirmi un’esperta.

Quindi, lodi al Mann (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) che ha prodotto un videogioco, destinato a un pubblico di tutte le età.

“Father and Son”, questo il titolo del videogame, rappresenta un’esperienza unica a livello mondiale: mai un museo si era infatti spinto così tanto nella battaglia tra il mondo delle belle arti e quello della tecnologia.

Uno storytellig di classe che viaggia attraverso le epoche
Uno storytellig di classe che viaggia attraverso le epoche

Trait d’union tra due galassie così distanti sarà, come spesso capita, la bellezza; nello specifico, la bellezza di Napoli, con le sue celebri opere e l’architettura dei suoi luoghi: ben tre chilometri di strade napoletane sono state disegnate a mano per la realizzazione del videogioco, con una precisione ed un’attenzione al dettaglio quasi commoventi.

Altrettanto importante sarà la storia dietro alla (bellissima) grafica: come suggerisce lo stesso titolo, Father and Son intende raccontare i rimpianti di un archeologo troppo innamorato del proprio lavoro per accogliere nel suo cuore la propria famiglia, e la recherche du temps perdu, di un figlio che, a partire dagli appunti nascosti al Museo Archeologico di Napoli, partirà per un viaggio attraverso il tempo e le storie di una città antica e moderna, piena di contraddizioni e di incanto.

“Father and Son”, videogioco realizzato in inglese e italiano, sarà rilasciato gratuitamente e senza contenuti pubblicitari a marzo 2017 su Apple Store e Google Play.

Una delle illustrazioni di Napoli realizzate per Father and Son
Una delle illustrazioni di Napoli realizzate per Father and Son

È già on line il sito ufficiale www.fatherandsongame.com,  dove il visitatore potrà visualizzare un’anteprima dei contenuti del videogioco nonché inviare una lettera ad una persona a lui cara. Un’idea di interazione che si ricollega all’incipit ed alla copertina attuale del gioco: la lettera che il padre scrive al figlio, chiedendogli scusa per le sue assenze e invitandolo a ricercare le sue ragioni.

Sono state attivate anche la pagina FB (https://www.facebook.com/fatherandsongame ) ed il profilo Twitter (https://www.twitter.com/FatherandSonVG ) del gioco.

L’ideazione di un videogame che abbia come contenuto il Museo Archeologico Nazionale si deve al Prof. Ludovico Solima – ha spiegato Paolo Giulierini, direttore del MANN –mentre la sua realizzazione a Fabio Viola. Ci permette di raggiungere uno degli obiettivi fondanti del Piano Strategico: la connessione con il pubblico, sia quello che visita il museo sia quello virtuale. In tutto il mondo si potrà interagire con i contenuti storici del nostro Istituto e della città di Napoli attraverso questo peculiare strumento, che ormai va annoverato tra le nuove forme d’arte, non si può che essere soddisfatti della nostra disseminazione culturale”. Ha contribuito ai contenuti del videogioco anche il prof. Ludovico Solima (Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”), che ha inoltre partecipato alla redazione del “Piano Strategico 2016-2019” del Museo: obiettivo per il triennio è quello di arrivare a nuovi pubblici attraverso la tecnologia e la rete, in una prospettiva di audience engagement, cioè di coinvolgimento attivo del visitatore.

Anche il mondo dell’Arte, quindi, sembra pronto ad una nuova sfida: comunicare in modo più moderno, più al passo con i tempi. Una nuova strategia di storytelling che, si spera, riuscirà ad attrarre l’attenzione di giovani e giovanissimi molto più dei rimbrotti dei loro insegnanti.

Si dice ministro o ministra? Linguaggio, sessismo e nazismo grammaticale

Si dice ministro o ministra? Linguaggio, sessismo e nazismo grammaticale

Ministro o ministra? Sindaco o sindaca?

Negli ultimi mesi si sta consumando una battaglia senza esclusione di colpi tra chi sostiene la necessità di declinare le professioni secondo il genere sessuale e chi attribuisce a tale pratica il valore di una barbarie linguistica.

Da una parte del ring abbiamo Laura Boldrini, giornalista ed attuale presidente della Camera: la sua attenzione al linguaggio di genere – apparentemente inaudita – ne ha fatto una facile vittima di molti benaltristi, che ci ricordano essere ben altri, per l’appunto, i problemi dell’Italia. Una posizione non comoda, rimarcata dichiarando, nel 2013 «Chiedo da mesi, non per puntiglio, di essere chiamata “la presidente”. E invece quando si rivolgono a me mi chiamano “signor presidente”. Ora basta. Non è un puntiglio o un vuoto formalismo, bensì l’affermazione che esiste più di un genere». Dall’altra parte, ritroviamo illustri politici, ex presidenti della Repubblica e – a quanto pare, il vero fiore all’occhiello dello schieramento – Vittorio Sgarbi, illustre critico d’arte e attaccabrighe patentato. Di solito chi siede da questa parte del tavolo lamenta “l’abominio” perpetrato ai danni della lingua italiana, e la palese scorrettezza delle regole che si chiede di applicare.

A questa querelle le piazze social hanno dato notevole spazio: la posizione dominante sembrerebbe essere quella dei paladini della grammatica del secondo gruppo.  Il che è strano, visto il livello dei post che leggiamo ogni giorno su facebook, ma bene così.

Detto questo: è la Boldrini la prima ad aver posto questo problema?

Assolutamente no. Già nel 1987 Alma Sabatini stilò le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, nell’ambito della pubblicazione Il Sessismo nella lingua Italiana: il testo, promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna, si pone come obiettivo quello di “dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile”.

Il testo propone, espressamente, l’uso dei termini “ministra”, “assessora”, “avvocata” e recita, allora come se fosse stato scritto oggi “La lingua è una struttura dinamica che cambia in continuazione. Ciò nonostante, la maggior parte della gente è conservatrice e mostra diffidenza – se non paura- nei confronti dei cambiamenti linguistici, che la offendono perché disturbano le sue abitudini o sembrano una violenza contro natura”.

Persegue questa linea la linguista Cecilia Robustelli, che in collaborazione con l’Accademia della Crusca, ha pubblicato nel 2012 le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, adottate dal Comune di Firenze nell’ambito del Progetto Genere&Linguaggio. Qui si dice “In italiano il genere grammaticale dei nomi è comunemente congruo con il genere biologico del referente: i termini che si riferiscono a un essere femminile sono di genere grammaticale femminile e quelli che si riferiscono a un essere maschile sono di genere grammaticale maschile.

Non c’è nessuna ragione di tipo linguistico per riservare ai nomi di professione e di ruoli istituzionali un trattamento diverso.

Gli unici vincoli nel declinare le parole secondo il genere sono quindi quelli della grammatica, e a chi dice che “sindaca” è sbagliato, e che allora anche il pediatra deve diventare pediatro, possiamo rispondere che:

◦      Le parole terminanti in -o, -aio/-ario mutano in -a, -aia/-aria: architetta, avvocata, chirurga, commissaria, ministra, prefetta, primaria, sindaca

◦      Le parole terminanti in -sore mutano in -sora: assessora, difensora, evasora, revisora

◦      Le parole terminanti in -iere mutano in -iera: consigliera, portiera, infermiera

◦      Le parole terminanti in -tore mutano in -trice: ambasciatrice, amministratrice, direttrice, ispettrice, redattrice, senatrice

◦      Le parole terminanti in -e/-a non mutano, ma chiedono l’anteposizione dell’articolo femminile: la custode, la giudice, la parlamentare, la presidente: stessa regola per i composti con il prefisso capo-: la capofamiglia, la caposervizio

◦      Le forme in -essa e altre forme di uso comune vengono conservate: dottoressa, professoressa.

Come suggerito ancora una volta da Cecilia Robustelli per la formazione dei termini relativi a professioni e cariche istituzionali (in Dizionario del 2012, di G. Adamo e V. Della Valle, in Treccani. Il libro dell’anno 2012, pp. 266-69, p. 269).

Ma allora perché tante resistenze?

Perché, ci piaccia o meno, siamo noi stessi a scegliere dell’evoluzione di una lingua. La stessa Accademia della Crusca non disciplina le regole grammaticali, ma si limita a descriverne l’evoluzione. Se parole nate per descrivere fenomeni relativamente nuovi (“scannerizzare”, “taggare”, “cliccare”) sono ormai entrate nell’uso comune, parole vecchie usate per descrivere fenomeni nuovi (l’aumento di donne al potere) non riescono a prendere altrettanto piede. Il principio – correttissimo – che il ruolo debba prescindere dal sesso non trova nella lingua italiana uno specchio adeguato: non possediamo infatti un genere neutro, e adoperare il maschile per ambo i sessi non è di fatto corretto.

Se parole, come abbiamo visto, grammaticalmente corrette sono così osteggiate – mentre, per dire, a furia di citare indignati l’episodio di “petaloso”, rischieremo davvero di trovarcelo nel dizionario – probabilmente ci sono dei passaggi culturali che dobbiamo ancora accettare. Per esempio, dovremmo ammettere che discussioni come questa evidenzino come sulla “questione femminile” ci sia ancora da fare molto, e non per una questione linguistica: se gli unici commenti che leggiamo sono contro le “femministe del cxxxx che vogliono cambiare la grammatica” o “che cavolo vogliono queste isteriche” forse sì, c’è ancora molto da fare.

Cos’è la depressione: un libro spassoso (e tristissimo) ce lo spiega. Guida a “Un’Iperbole e mezza” di Allie Brosh

Cos’è la depressione: un libro spassoso (e tristissimo) ce lo spiega. Guida a “Un’Iperbole e mezza” di Allie Brosh

La depressione è uno di quei concetti che hanno sviluppato un successo maggiore fuori dagli ambulatori di psichiatria che dentro: spesso autodiagnosticata a sproposito, assai di frequente tenuta a bada  con “passeggiate che tolgono ogni pensiero” o, peggio, con farmaci prescritti a mio cugino che c’ha gli attacchi di panico, per molti la depressione è una sorta di tristezza di lusso, un magone più nobile ed altezzoso delle scatole girate che di tanto in tanto affliggono ognuno di noi.

Quello che a nessuno piace sapere è che la depressione fa stare davvero male. Il DSM – 5 (il manuale che elenca i criteri diagnostici delle principali patologie psichiatriche con standard internazionali, giunto alla quinta edizione nel 2013) ci autorizza a parlare di depressione soltanto se si presentano, con continuità, almeno cinque di questi sintomi, per un periodo di almeno due settimane:

  1. umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni
  2. marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni (detta anche anedonia)
  3. significativa perdita di peso, non dovuta a dieta, o aumento di peso, oppure diminuzione o aumento dell’appetito quasi tutti i giorni.
  4. insonnia o ipersonnia quasi tutti i giorni
  5. agitazione o rallentamento psicomotori
  6. faticabilità o mancanza di energia
  7. sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati (che possono essere deliranti), quasi tutti i giorni
  8. ridotta capacità di pensare o concentrarsi, o indecisione, quasi tutti i giorni
  9. pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di morire), ricorrente ideazione suicidaria senza un piano specifico, o un tentativo di suicidio, o un piano specifico per commettere suicidio.

Per approfondimenti, ti invito a leggere qui: come ti invito a non prendere alla leggera la definizione di depressione, intendo fare altrettanto con i criteri diagnostici della stessa.

La depressione non si autodiagnostica, punto.

Se invece, quello che vuoi è capire un po’ meglio cos’è la depressione, magari perché sospetti che la tua tristezza o quella di una persona a te cara possa essere diventata un po’ troppo invasiva, ti suggerisco il divertentissimo “Un’iperbole e mezza: Il mio cane è scemo, il mondo è crudele e io sono sconnessa più che mai”, scritto – ma soprattutto illustrato – da Allie Brosh, edito in Italia da Salani.

Il libro – come ormai avviene sempre più spesso – è una raccolta dei post di maggior successo del blog Hyperbole and a Half, aperto nel 2009 dalla statunitense Allie Brosh: storie di cani, di infanzia e di depressione. In particolare la depressione della giovane Allie, classe 1985, che racconta con grande lucidità e crudele realismo la propria caduta negli abissi, la sofferenza vissuta, e la sua rinascita mai definitiva, ma che le permette di esclamare

“Forse là fuori non tutto è una merda!”.

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Io lo dico…si piange. 

Nel libro ci sono momenti molto dolorosi, come il maturarsi nella testa di Allie di ideazioni suicidarie: al dramma di queste righe si contrappongono gli esilaranti tentativi della giovane di lanciare il proprio grido d’allarme, con una serie di elucubrazioni che vengono volta per volta riconosciute come non valide.

Una narrazione che altrimenti avrebbe rischiato di essere monotematica si arricchisce con i divertenti tentativi di Allie e del suo compagno di addestrare i propri cani: un dolce bastardino palesemente ritardato ed un cane sociopatico, con i quali le ambizioni di dog whisperer dei due giovani sembrano naufragare senza speranza. Le pagine dedicate agli animali sono palesemente brillanti, e particolarmente buffe per chi ha già animali.

La tecnica grafica utilizzata che Allie utilizza per rappresentare se stessa ed il mondo che la circonda è il semplice Paint: una raffigurazione efficace, che ha ispirato diversi meme, popolari anche in Italia.

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Ora la riconosci, vero? 

Un’Iperbole e mezza è un piccolo gioiello, un libro che fa ridere e piangere di gusto. Per chi sta vivendo quello che ha vissuto la giovane scrittrice significa trovare uno specchio, sentirsi meno sola: per chi ha accanto una persona con depressione aiuta a non sottovalutare certi segnali.

Il Fertility Day e la dissonanza cognitiva: un manuale per trasformare un’idea carina in una catastrofe comunicativa

Il Fertility Day e la dissonanza cognitiva: un manuale per trasformare un’idea carina in una catastrofe comunicativa

Lo giuro, sono confusa.

A fine agosto  il Ministero della Salute ha lanciato il cosiddetto Fertility Day, “punto centrale” recita il sito istituzionale “ delle iniziative previste dal Piano Nazionale della Fertilità per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema della prevenzione dell’infertilità e quindi della salute sessuale e riproduttiva di donne e uomini”. Idea encomiabile, se non fosse stata per l’atroce campagna di comunicazione che ne è scaturita. Donne che si accarezzano la bocca dello stomaco, rubinetti che perdono, bucce di banana e amanti giocolieri: il tutto condito da frasi rassicuranti come “OCCHIO CHE TE STAI A Fa VECCHIA!!!” “GUARDA CHE TE SE AMMOSCIA LA BANANA” “CHE BELLO FIGLIARE A 16 ANNI E RITORNARE IN DISCOTECA INSIEME ALLA TUA PROLE A QUARANTA!”.

Si è detto di tutto di questa campagna, giustamente bersagliata dal popolo di internet. Perché quindi parlarne ancora? Perché, come detto in apertura, sono confusa. Ma non (solo) per colpa mia.

L’oggetto della comunicazione in oggetto era uno, ed uno solo: “La salute riproduttiva della popolazione italiana”. Giusto? Sbagliato? A mio avviso, giusto. Innovativo? In un certo senso sì: se ci arrivo da sola che ubriacarmi tutte le sere non faccia benissimo alle mie ovaie, non è detto che sappia che attenzioni utilizzare con il mio corpo qualora decidessi di farmi ingravidare. Il fatto che si possa fare del sano sesso ricreativo senza desiderare di avere figli non nega una verità biologica fondamentale: ossia che, utero, ovaie e testicoli abbiano esattamente una potenzialità riproduttiva. Una potenzialità che può o meno essere espressa, ma che esiste, e che ci si augura funzioni al meglio quando e se ce ne sarà la necessità.

Cosa farei io se volessi fare una campagna di comunicazione sulla salute riproduttiva?

Direi alle ragazzine di farsi il pap test appena cominciano i rapporti sessuali. Inviterei all’uso del preservativo per evitare malattie sessualmente trasmissibili che – quelle sì – minacciano davvero la fertilità. Ricorderei che una gravidanza va programmata con un minimo di criterio, magari chiedendo qualche consiglio al medico. Ovviamente dando per scontato che sia solo una parte della popolazione a volere figli, o a poterne avere.

E invece?

Partire da una premessa ingiusta e continuare a sbagliare è nell’ordine delle cose.

Avere ottime motivazioni, un contenuto condivisibile, centinaia di migliaia di euro da investire e toppare tutto, tutto, ma proprio tutto è da guinness dei primati. Ed è esattamente il caso di cui ci stiamo occupando.

La campagna promossa dal Ministero della salute è un orrore dal punto di vista dello stile comunicativo, che si fa moraleggiante anziché informativo; è vagamente offensiva verso chi non può e non avere i figli quando parla del “Prestigio della Maternità” (e in effetti lo è anche verso i padri, ma non ho sentito troppe lamentele a riguardo); è un pasticcio per quanto concerne i contenuti, perché parte da una premessa (la prevenzione dell’infertilità) e ne sviluppa un’altra (la denatalità): infine, richiama il fascismo quel tanto che basta per farsi volere bene proprio da tutti.

Se dicessi ad una mia amica che non vuole avere figli “ma che dici! PREPARA UNA CULLA PER IL FUTURO! LA MATERNITÀ È UN BENE COMUNE!” mi picchierebbe.

Se ai tempi della scuola avessi fatto un tema sull’infertilità utilizzando come unica argomentazione “Scopate senza preservativo!” avrei preso un non classificato.

Purtroppo, qui non parliamo né di amici né di liceali, ma di professionisti, Cerchiamo quindi di capire dove hanno sbagliato: dal punto di vista psicologico, sociologico e comunicativo.

La dissonanza cognitiva: avresti anche ragione, ma…

La comunicazione, come ormai sa anche la nostra lavandaia, non si limita ad una semplice trasmissione di messaggi tra soggetto A e soggetto B: è una danza complicata di segnali verbali o non verbali, di interpretazioni, di contesti sociali specifici. Insomma, non siamo da soli in questa giungla di parole.

Paul Watzlawick ne La Pragmatica della Comunicazione Umana distingue nettamente il “contenuto” di una comunicazione dagli assunti relazionali in essa contenuti. Per farla breve: se ti chiedo con aggressività di portarmi il caffè lascio intendere che tra di noi ci sia una certa gerarchia, che ad una richiesta tutto sommato innocente faccia seguito un “sennò ti faccio vedere io”. Le relazioni spesso sono quelle che costruiamo noi, ma ancor di più sono in qualche modo “culturalmente determinate”.

Con il nostro capo possiamo essere più o meno formali, ma ci saranno dei paletti; con un fidanzato la confidenza fisica si trasforma anche in una certa libertà di linguaggio, and so on. Ovviamente, ci aspetteremo reazioni uguali e contrarie.

Ora, ci piace pensare che il Ministero della salute sia una garanzia per quanto riguarda il nostro benessere. Non ci aspettiamo una comunicazione sbarazzina. Non ci aspettiamo che ci faccia la morale. Ci aspettiamo che ci porti dei dati, e che da lì emergano delle inferenze corrette. Ci aspettiamo di essere informati, e giacché si tratta di un interlocutore autorevole, anche delle soluzioni ad una serie di problemi.

La campagna del Ministero non fa nulla di tutto questo: tenta la strada della simpatia, ma lo fa su un terreno che definire minato è dir poco, e per di più omettendo quelli che è il più grande ostacolo odierno alla genitorialità: un welfare praticamente assente.

Tantissime donne sono costrette a procrastinare la maternità per via dell’incertezza lavorativa?

“Corri, che tra un po’ il tuo tempo finirà!”

Ora, tutti noi sappiamo che prima si fanno i figli e meglio è (per quanto il mito dell’orologio biologico sia attualmente messo in discussione): ricordarlo con soldi pubblici, oltre ad essere uno spreco di risorse, è assolutamente inutile, perché ribadisce il già noto (anche a chi ad un figlio ha dovuto rinunciare).

Le mamme, le nonne non fanno che dircelo: perché il Ministero della Salute dovrebbe fare lo stesso?

Quindi abbiamo: un’affermazione formalmente corretta, anche se espressa in modo sgradevole; un ente esterno dal quale ci aspettiamo un certo tipo di comunicazioni, mentre ne arrivano altre; da una parte, la consapevolezza che un discorso sulla salute riproduttiva sarebbe opportuno, dall’altra la constatazione che è il nostro contesto storico ad impedirci un certo tipo di prospettive.

Questo ci fa sentire feriti, ma anche perplessi; nessuno ci sta dicendo cose false, eppure non hanno ragione loro. Questa sensazione di sfasamento si chiama in psicologia “dissonanza cognitiva”: una serie di affermazioni palesemente conflittuali tra loro e con il nostro sistema culturale vengono poste al centro del dibattito pubblico con una potenza di mezzi che neppure immaginiamo. Colpo da maestro, rievocare con motti come “Riscopriamo il prestigio della maternità!” un ventennio del quale nessuno ricorda cose bellissime. Insomma, se non puoi vincerli, confondili. Direi che ci sono riusciti.

La comunicazione paradossale: è difficile mantenere un figlio, quindi fai un figlio.

Ma quindi stai facendo anche tu il processo a quattro cartoline!”.

Lo ammetto, la tentazione ci sarebbe ma sono la prima ad ammettere che le premesse del Piano Nazionale della Fertilità sono ragionevoli, di buon senso. Sembrano le parole di tua zia, di un tuo professore “Per favorire la natalità, se da un lato è imprescindibile lo sviluppo di politiche intersettoriali e  interistituzionali a sostegno della Genitorialità, dall’altro sono indispensabili politiche sanitarie ed educative per la tutela della fertilità che siano in grado di migliorare le conoscenze dei cittadini al fine di promuoverne la consapevolezza e favorire il cambiamento”.

Occhei, va bene.  Sappiamo tutti che in Italia non nascono bambini, non ho bisogno di dati. Ma perché dovrebbe essere un mio problema? “La combinazione tra la persistente denatalità ed il progressivo aumento della longevità conducono a stimare che, nel 2050, la popolazione inattiva sarà in misura pari all’84% di quella attiva. Questo fenomeno inciderà sulla disponibilità di risorse in grado di sostenere l’attuale sistema di welfare, per effetto della crescita della popolazione anziana inattiva e della diminuzione della popolazione in età attiva”.

Ok, chiaro: ne va della mia pensione. E quindi? “Il peso della cura dei bambini è molto rilevante per le donne più istruite e con lavori di responsabilità che si confrontano con alti costi opportunità e si trovano a dover ridurre la loro attività lavorativa. Il ritardo alla nascita del primo figlio implica un minor spazio di tempo, ancora disponibile, per raggiungere il numero desiderato di figli”.

Ora, non so a voi, ma a me già sta venendo il mal di testa.

Al di là della confutabilità dell’assioma titolo di studio elevato = lavoro di prestigio – rispetto a questo siamo disincantati da parecchio – nonché del fatto che, traducendo letteralmente questo concetto, sembrerebbe che i lavori per i quali è richiesta la terza media rappresentino un viatico certo per la maternità (ma sti c…di padri dove sono, peraltro?), ci ritroviamo di fronte ad un dato di fatto:

è estremamente complicato gestire figli e lavoro contemporaneamente.

Qual è la soluzione? Fare figli!

In realtà, il Piano della Fertilità diffuso dal Ministero prevede una serie di interventi, alcuni puntuali, altri più discutibili, per informare uomini e donne sui propri organi riproduttivi. Certo, ti aspetteresti un piano di Welfare con asili nido e garanzie lavorative per le mamme, ma è pur sempre “solo” il Ministero della Salute.

A livello comunicativo tuttavia emerge solo l’aspetto paradossale della vicenda: una forte incongruenza tra il discorso esplicito ed il livello meta comunicativo che non solo suggerisce di far figli ma anche, come abbiamo già visto, lo fa in modo moraleggiante!

Se il Ministero fosse nostra madre, potremmo parlare di “doppio legame”: da una parte una figura a noi cara ci strizza l’occhio, ci fa capire che ci capisce, ci è vicina, MA nei modi e nelle riflessioni ad alta voce ci lascia intendere che siamo comunque dalla parte del torto. No buono.

Mittente, destinatario, messaggio: che casino!

Abbiamo visto che dal punto di vista psicologico – senza scomodare troppo i vissuti emotivi legati a certi temi – la campagna per il Fertility Day presenta qualche intoppo. Ma come comunicazione tutto bene, no?

E invece no. A parte che una buona comunicazione senza un po’ di attenzione alla psicologia non andrà mai lontano, ma appare assai evidente che alla base di una pessima campagna c’è quasi sempre un brief fatto con i piedi. Insomma, manco i compiti a casa fatti bene.

Vediamo quindi di contestualizzare il lavoro svolto.

  • Mittente: Ministero della Salute
  • Oggetto: “La salute riproduttiva della popolazione italiana”
  • Destinatari: Verosimilmente, chi vuole avere figli. Attenzione, questo passaggio è delicato ed è estremamente influenzato dal contesto sociale e culturale in cui siamo immersi. Seguitemi, e vedete se vi fila.
  • Contesto: Italia, anno 2016. Siamo un paese a natalità 0 ed assolutamente privo di garanzie per la maternità. Si fanno sempre meno figli e di solito in età avanzata. Abbiamo già riflettuto sulle implicazioni di questi processi,quindi sappiamo che si parla di un campo minato.
  • Messaggio: Fate figli per l’Italia!

A questo punto io alzerei la manina e chiederei: “ma quindi il problema è che la gente non riesce fisicamente a fare figli? Quindi avremo dati sulla sterilità nel piano del Ministero, giusto?”. Sbagliato!

“Avrete dialogato con delle coppie che stanno cercando di avere figli senza riuscirci…”.

Non pervenuto.

“Ma avrete dati…”.

“Certo, guarda qua! 1,3 figli per coppia in Italia!”.

Dati sulla natalità. Che possono essere ricollegati a problemi di sterilità, ma non possiamo sapere in quali termini. Non si fanno figli perché non ci si riesce? Perché non ci sono soldi? Perché non se ne vogliono? Non è dato saperlo. Quindi, che si fa?

Siccome volere è potere, si prova a convincere chi non ha ancora figli a provarci. Quindi, si cambiano a 180° i destinatari della campagna. Non parleremo con chi magari quelle informazioni le cerca, no! Ricorderemo a chi non può, o non ha intenzione di fare figli che la maternità è un bene comune!

Massì, ho 35 anni e nessuna intenzione di avere figli! Dimmelo, che sono manchevole verso il mio paese!

Hai proprio ragione, Bea! I miei spermatozoi sono flosci proprio come quella buccia di banana!

Quante coppie sarebbero state felici di essere coinvolte in una campagna informativa sulla fertilità? Tante.

Quante per una sulla natalità? Nessuna, se me la imposti così.

Insomma, se la mamma dei cretini è sempre incinta, magari è meglio non spingerla a continuare.

 

Il blocco dello scrittore: perché non riesco a finire quello che scrivo?

Il blocco dello scrittore: perché non riesco a finire quello che scrivo?

Quando avevo otto anni decisi che avrei scritto la mia autobiografia. Sì, in effetti ero una bambina pretenziosetta. Comprai un bel quaderno, scrissi sulla copertina “Le mie memorie” (com’ero io da piccola? Infatti) e lo tenni lì: andò molto più lontano lo sfottò delle mie sorelle che la mia mia volontà di raccontare quella volta che Giandomenico mi ruppe gli occhiali con una pallonata o di quell’indigestione di insalata di riso che feci nel 1989. Ebbi, per dirla in breve, un precocissimo blocco dello scrittore.

Cosa andò storto?

Probabilmente, il fatto che la mia esistenza da ottenne non si caratterizzasse per eventi straordinari fece la sua parte: ero pretenziosetta, ma sapevo fare un discreto esame di realtà, e mi rendevo conto che storie di denti caduti e ginocchia sbucciate potevano non avere un grande seguito.

Volendo fare l’esercizio di cercare sempre un insegnamento dalle cose, posso dire che quel blocco dello scrittore datato  1991 non è poi molto diverso da quello che mi ha impedito, circa 15 anni dopo, di aggiungere un paio di capitoli alla mia tesi di laurea per garantirne la pubblicazione; dal meccanismo perverso che mi fa trascinare per settimane quei lavori per i quali non ho una scadenza precisa, e che mi permettono di aggiornarmi, verificare, rileggere all’infinito; o anche l’indolenza che, anche adesso, mi fa prendere in mano il cellulare ogni cinque minuti per vedere se sono arrivati messaggi.

Perché avviene il blocco dello scrittore? Mancanza di concentrazione, certo. Pigrizia pure, ci sta. Tuttavia, io definirei questo fenomeno di auto sabotaggio “Sindrome da documento di word lasciato a metà”, un fenomeno complementare e parallelo alla cosiddetta “Sindrome da foglio bianco”.

Per intenderci, la Sindrome da foglio bianco ti colpisce di fronte ad una pagina completamente vuota, quando sei sommerso dalle idee o non ne hai nessuna; in entrambi i casi scrivere, scrivere di qualunque cosa , può aiutare. La sindrome da documento word è un’evoluzione della prima: stai facendo il tuo lavoro, magari hai faticosamente raggranellato qualche idea su carta, ma ad un certo punto ti ritroverai a dire:  “Oh mio dio, ma quello che sto scrivendo fa veramente schifo!”.

Immagina la scena: sei tu e la tua birra ghiacciata di fronte al tuo Mac, seduto alla tua Postazione Da Scrittore. Nella tua mente si avvicendano scenari fantastici, unicorni glitterati e draghi sputa caramelle. Cominci a scrivere, ti tremano le mani, tutto è meraviglioso: poi rileggi il tutto, e l’euforia passa. Cerchi di proseguire ma nulla, gli unicorni se ne sono andati e perché mai, cribbio, i draghi dovrebbero sputare caramelle. Il nostro lavoro resta dunque lì, senza una degna conclusione: a volte lo riprendiamo, a volte lo dimentichiamo, salvo poi ritrovarcelo davanti e sentire l’amaro in bocca dell’incompiuto.

Il blocco dello scrittore è un mostro con più facce : “mettersi e scrivere” , come spesso si suggerisce, è un ottimo rimedio di emergenza se sei costretto a scrivere qualcosa, ma non sai da dove cominciare.

La necessità di portare a termine qualcosa è già un’ottima motivazione: certo, potresti non scrivere con gioia, ma in fondo quale professionista della scrittura parla di qualsiasi argomento con immutata felicità?

Il problema nasce quando ci blocchiamo di fronte a qualcosa che stiamo scrivendo per noi: come quando il romanzo nella tua testa si interrompe, e non sai cosa fare.

Di seguito, ti darò qualche consiglio per superare il blocco dello scrittore: bonus track, ti svelerò qualche segreto per scrivere divertendoti di quasi qualunque argomento.

Pronti? Andiamo.

Partiamo dalla motivazione, ossia “Chi me lo fa fare?”.

Motivazione estrinseca ed intrinseca: cerca uno scopo più alto, sempre

Uno dei concetti psicologici che maggior successo ha trovato in contesti quotidiani è la differenza tra motivazione intrinseca ed estrinseca. Dobbiamo questo concetto a  Deci e Ryan (1985), che nella loro Teoria dell’autodeterminazione collegano la naturale ricerca dell’uomo di occasioni di crescita e di miglioramento tanto alla presenza di incentivi esterni (“estrinseci”), quanto ad una forte volontà interiore (“intrinseca”, appunto”). La motivazione estrinseca funziona bene, anzi benissimo, nel breve periodo: se io faccio qualcosa per compiacere qualcun altro, o perché, banalmente, sono pagato per farlo, la nostra curva di perfomanza al compito schizzerà in alto nell’immediata vicinanza del compito che mi aspetta, per poi precipitare verso il basso non appena sarà terminata l’urgenza. Immediatamente prima ed immediatamente dopo questo grande sprint attiveremo meccanismi cognitivi meccanici, che ci permetteranno di interagire con l’ambiente quel tanto che basta per non perdere di vista informazioni importanti sul compito che ci aspetta, ma non staremo certo lì a reiterare, a studiare, ad affaticarci.

Vi faccio un esempio pratico: siamo agli ultimi esami all’università, non ce la facciamo più. Probabilmente negli ultimi 4, 5 giorni che precedono l’esame non sentiremo più fame, sete, sonno: ogni parte del nostro essere sarà proiettato a quella prova. Poi facciamo l’esame, e mettiamo subito i libri il più lontano possibile dalla nostra vista.

Cosa succede, invece, se studiamo per il nostro esame preferito? Leggeremo giorno e notte anche mesi prima della prova, ci interrogheremo su ogni passo, faremo ricerche su internet: certo, superare l’esame sarà bellissimo, ma sarà altrettanto gratificante sapere tutto di quell’argomento.

“Diana, ma cosa c’entra con il blocco dello scrittore? Se è vero quello che mi dici, allora dovremmo avere enormi difficoltà a svolgere compiti che non ci piacciono e dovremmo andare come un treno in quelli che ci piacciono!”.

Vero, anzi, no. La motivazione va rinforzata, va nutrita, va coltivata: quante persone cullano grandi sogni che poi abbandonano? Certo, stai facendo qualcosa che ti piace, ma la giornata storta ti capiterà prima o poi. Così come il foglio word lasciato a metà.

D’altra parte, quante persone, per lavoro, fanno quotidianamente qualcosa che non piace loro? Eppure lo fanno senza particolari difficoltà.

La motivazione intrinseca e quella estrinseca sono, in realtà, assolutamente complementari:

La prima è la stella polare che ci guida e non ci fa perdere l’orientamento; la seconda, oltre ad essere funzionale alla nostra esistenza – nella quale, come ben sappiamo, le cose che non ci va di fare superano quelle a noi gradite – ci garantisce di “ricaricarci” in termini di gratificazione.

Cosa succede, in pratica:

Stai buttando giù il tuo primo libro. È il tuo sogno, lo è sempre stato. Siccome il blocco dello scrittore è un figlio di buona donna, è facile che si manifesti all’improvviso, quando magari hai passato giorni a scrivere senza interromperti. Ti disperi un’ora, ti disperi due ore: poi te ne vai fischiettando perché in fondo, che cavolo! Mica te l’ha ordinato il dottore di scrivere un libro! Eppure, questa cosa non ti va giù.

In fondo, quando la nostra motivazione estrinseca cede, possiamo deludere qualcuno: quando è quella intrinseca a tradirci deludiamo noi stessi.

Cosa possiamo fare:

Quello che abbiamo detto, è che motivazione estrinseca ed intrinseca nascono da processi diversi. Quello che non abbiamo detto, è che sono fortemente legate.

Pensaci: quando non fai qualcosa per qualcuno, non ci resti forse un po’ male personalmente? E quando non riesci in qualcosa in cui credi fortemente, non soffrono con te anche i tuoi cari?

Il consiglio quindi è di allenare entrambi i tipi di motivazione: quando l’una fallirà, l’altra verrà in tuo soccorso!

– Da motivazione intrinseca a motivazione estrinseca

La tua concentrazione è venuta meno in qualcosa che hai cominciato di tua volontà, ed il blocco dello scrittore ti ha assalito? Parlane con qualcuno importante per te, con qualcuno il cui giudizio per te sia particolarmente significativo. Lo so, confessare un fallimento o presunto tale non sempre è piacevole, ma servirà a dividere le responsabilità di qualcosa che per te è importante fare ma in quel momento non ti va di fare. Quando tu non te la sentirai di affrontare nuovamente il foglio, ci sarà sempre dietro di te qualcuno pronto a pungolarti e a dire “allora?”. Vedrai che ricomincerai a scrivere. Per te, ma anche per mettere a tacere il grillo parlante alle tue calcagna.

Sì, ma non è che non mi va di scrivere, è che non ci riesco”. Fidati, è solo una tua impressione: dopo ti spiegherò perché non  è un problema di capacità.

– Da motivazione estrinseca a motivazione intrinseca

Devi fare assolutamente qualcosa, ma non riesci a cominciare? Approfondisci. Perdi qualche minuto su internet, cerca informazioni su questo argomento che proprio non ti va giù. Fatti delle domande. La curiosità è una molla potentissima per cominciare a fare qualcosa. E se proprio non ti viene in mente nulla? Copia e incolla: dopo di che rileggi, ed elimina qualcosa. Riscrivi le frasi. Cerca altro materiale. Ripeti. Attenzione, non ti sto suggerendo di plagiare (nel caso tu voglia comunque utilizzare del materiale d’altri, cita sempre le fonti): ti sto solo suggerendo di affrontare a piccole dosi il compito della scrittura, partendo dalla base – la copia – per arrivare al vertice della piramide, il contenuto inedito. Non c’è blocco dello scrittore che non passi con una procedura step by step di questo genere.

Aiuto, ma non mi vengono le parole!

Fidati, le hai.

Ogni giorno produci centinaia di migliaia di parole, ogni giorno dalle tue dita esce una quantità di materiale scritto da fare. Probabilmente penserai che non ti vengono su comando, che la professione dello scrittore dovrebbe autoalimentarsi in base alla propria ispirazione. E invece no.

L’ispirazione è un muscolo e come tale va esercitato.

Ritorniamo all’esempio di chi scrive per lavoro: un buon 30% degli argomenti affrontati dai giornalisti di settore non sarà esattamente nelle loro corde; se poi pensiamo alla stampa generalista, questa percentuale salirà drasticamente. Il sapere mondiale è, più o meno, sconfinato, e non possiamo essere esperti di tutto.

Ancora più in generale: non ci può piacere tutto.

Nel mio lavoro di comunicatrice, scrivo in media 25/30 comunicati stampa alla settimana, almeno una trentina di post su siti specialistici ed un numero pressoché infiniti di testi per brochure, locandine e siti per qualche cugino di qualcuno ricco di iniziativa ma meno di capacità espressive. A fine giornata sono decisamente stanchina, ma porto a termine tutto quello che mi sono prefissata.

Come faccio?

Ho uno script; banalmente, le 5 W del giornalismo anglosassone (When, Where, Who, What e Why) sono il più efficace vademecum del giornalismo che io riesca ad immaginare. Rispondi a queste 5 domande, e sei già a metà strada.

Detto ciò, ecco a cosa io presto attenzione:

Il mio lettore conosce ciò di cui sto parlando?

A seconda della risposta che mi darò, dedicherò una riga, un paragrafo o qualcosa di più per contestualizzare al meglio l’oggetto del mio articolo. Partendo da quella che sembra essere una formalità (riportare almeno una volta per intero le diciture normalmente sostituite da acronimi) posso giocare con i livelli di approfondimento, creando curiosità in chi legge e rispondendo ad una semplice domanda: perché mi dovrebbe interessare quello che stai scrivendo? Abbiamo recuperato qualche altra riga di testo.

Qual è il mio obiettivo?

Emozionare, convincere, informare? Ovviamente il mio registro stilistico dovrà variare a seconda dei casi, ma ne parleremo in un’altra occasione. Per il momento ci interessa semplicemente chiudere il pezzo. Possiamo creare una vera call to action, suggerendo ai nostri lettori cosa fare (per aiutarci? Per ottenere qualcosa? Per saperne di più?) in maniera semplice, anche senza troppa filosofia. O lasciare un finale aperto, se il testo ce lo permette.

Respira, abbiamo finito. Di fronte a te c’è un testo più o meno completo, che deve soltanto essere riletto.

Come dici? Che queste regole valgono soltanto per la scrittura professionale?

Non è vero, o almeno lo è solo in parte.

Se raccontarsi, raccontare, sono azioni istintive, farlo con metodo e con un obiettivo preciso richiede disciplina. Tanta. Devi trovare il tuo flusso di scrittura (in inglese, workflow), darti dei tempi ed un obiettivo preciso (un’ora al giorno? Due ore nel weekend?). E, quando il blocco dello scrittore arriva, bisogna prendersi per le orecchie e scrivere comunque. Mantenendo alta la motivazione, ma senza cedere allo scoramento.

Queste sono le mie strategie per fronteggiare il blocco dello scrittore, o per lo meno per non sentirmi troppo abbattuta quando mi capita.

Tu le hai mai provate? C’è qualcosa che potresti aggiungere?