Dalla bambola dei sogni al marketing aspirazionale: il ritorno (in grande stile) di Barbie

Dalla bambola dei sogni al marketing aspirazionale: il ritorno (in grande stile) di Barbie

Quante di noi hanno giocato da bambine con la Barbie? Feticcio immancabile nelle camerette delle attuali trenta/quarantenni – e forse custodite ancora da qualche fanciulla degli anni ’90 – la bambola più amata, criticata e iconica di sempre ritorna dopo un decennio non proprio brillante nelle case delle bambine di oggi.

Passando dal cuore di chi non l’ha mai dimenticata: le bambine di trent’anni fa, le mamme degli anni 10. E dandoci, come sempre, un’eccellente lezione di marketing.

Dopo un periodo decisamente negativo, sembriamo tutti pronti al rientro in scena di Barbie.

Nei primi anni duemila, la bionda più famosa del mondo sembrava già aver passato il testimone de La più amata dalle bambine a nuove leve decisamente più trasgressive e moderne (e anche un po’ più maiale, you know what I mean), come le Bratz: una lenta agonia, per la quale l’avvento di tablet e applicazioni for kids furono il colpo finale.

Ben pochi, in realtà, provarono a difendere la Barbie da quel brusco declino: con quelle tette e quel bacino così stretto, la figlia prediletta della Mattel non rappresentava esattamente il modello ideale per delle preadolescenti che, pochi anni dopo aver riposto le bambole sulla mensola per l’ultima volta, avrebbero riguardato il proprio corpo con severità ben maggiore di quella che avevano conosciuto nell’infanzia.

Tutti quei soldi piovuti da chissà dove, i tacchi 14 fissi e un’ossessione da TSO per il rosa non hanno perorato molto la causa di Barbie, divenuta soprattutto dopo gli anni ’90 il simbolo della frivolezza femminile. Un bel problema, soprattutto in anni in cui andava ridefinendosi il principio di parità di genere, dopo la sbornia esibizionista degli anni ’80: un’evoluzione di costume che passò, purtroppo, anche dalla constatazione che mai avremmo potuto avere quello che desideravamo. 

Ecco l’indimenticabile contributo alla scienza degli Aqua, che con il loro immortale pezzo Barbie Girl ci hanno restituito un prezioso ritratto della Barbie ridens, chiaramente accompagnata da un Ken in piena Sindrome di Stoccolma.

Un triste finale per una bambola che, quarant’anni prima, rappresentò per le bambine dell’epoca la dirompente novità di non giocare più accudendo qualcuno, ma inscenando col tramite di una bambola già adulta sogni e desideri non necessariamente connessi alla maternità.

C’era bisogno di un’operazione di riposizionamento del prodotto sul mercato, che sovvertisse il giudizio negativo che negli anni si era andato a consolidare contro le Barbie.

Da questo punto di vista, la mostra Barbie. The Icon (partita in Italia da Milano nel 2015 e giunta poi a Roma e Bologna) ha rappresentato un interessante esperimento culturale, nonché il primo passo di una strategia commerciale da veri intenditori.

La Mostra, prodotta da 24 Ore Cultura – Gruppo 24 ore in collaborazione con Mattel e curata da Massimo Cappella, restituisce a Barbie la dimensione che ha, indiscutibilmente, conquistato negli anni: quella di icona, nel senso più puro del termine.

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Anche gli Psicomunicatori vanno a vedere la mostra di Barbie, chiaramente per ragioni di studio.

Barbie rappresenta il sogno, la bellezza, un lusso che non conosceremo mai in un periodo della vita in cui tutto sommato non ce ne frega nulla: è irraggiungibile, ma ci va benissimo così.

L’installazione della mostra strizza assai intelligentemente l’occhio non alle bambine, ma alle loro madri: l’immagine coordinata, rosa di quel rosa Barbie che tutte noi abbiamo imparato a riconoscere fin dalla più tenera età, come un riflesso pavloniano; le immagini di repertorio, che raffigurano solo Barbie prodotte prima del 1995; l’interessante parallelo storico tra le Barbie prodotte e le vicende storiche di quegli anni, che spesso hanno visto il proprio coronamento in una bambola ad hoc; interi scaffali dedicati agli stilisti che hanno disegnato abiti per le Barbie, molti dei quali decisamente molto più sessualizzati di quanto un genitore desidererebbe per i propri figli; riferimenti continui ad una cultura pop che non è e non sarà mai appannaggio di chi nasce negli anni 10, ma neppure negli anni 2000.

Leitmotiv della mostra è stato “Barbie è una donna sicura di sé, che si mantiene da sola e ha fatto mille lavori”. Questo è vero, in effetti.

Abbiamo Barbie veterinaria, Barbie pilota, Barbie presidente degli Stati Uniti (prodotta in diverse versioni, la prima delle quali nel 2008; ben prima che una donna si avvicinasse al colpaccio nella Casa Bianca).

Negli ultimi mesi, la consacrazione. Una lunga serie di video virali diffusi attraverso i profili social di Barbie ha definitivamente premiato il new deal promosso dalla Mattel: con l’hashtag #PuoiEssereTuttoCiòCheDesideri (in inglese: #YouCanBeAnything) –  e le inevitabili condivisioni globali che danno il giusto tocco di viralità –  Barbie si fa protagonista di un processo di empowerment delle nuove generazioni, che possono cambiare il mondo con la loro forza. Questa intenzione in realtà è da sempre stato anche quello di Ruth Handler, creatrice della Barbie:

“My whole philosophy of Barbie was that, through the doll, the girl could be anything she wanted to be. Barbie always represented the fact that a woman has choices“.

Il punto di rosa resta sempre quello, abbacinante; ritornano a gran forza le bambole “professionali”, negli ultimi anni soppiantate da quelle che riproducevano uno stile anziché un altro (una probabile ed infelice imitazione delle Bratz); accanto alle bambine compaiono, per la prima volta, dei maschietti (in netto anticipo rispetto alle nostre abitudini, che classificano le Barbie come il gioco da femmine per antonomasia).

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Oh, cielo! Mio figlio gioca con le Barbie!

Il tone of voice è rassicurante, ispiratore: anche qui il messaggio è direttamente rivolto alle madri, con le quali il content manager sembra condividere le stesse attenzioni e premure che le sue lettrici (ed ex giocatrici di Barbie) riservano per la propria prole. I frequenti richiami alla storia di Barbie innescano in chi segue la pagina un piacevole viaggio nel tempo, il costante richiamo alla maternità mantiene l’attenzione sulla propria identità di genitore e potenziale cliente per procura.

“Ma che noia, quindi si pensa solo alle mamme?”. No, e qui c’è il vero genio.

(E c’è ovviamente un hashtag, in inglese #dadswhoplaybarbie)

Con questo spot le responsabilità di accudimento ritornano equamente sulle spalle di entrambi i genitori; ogni tentativo di machismo scompare di fronte al sorriso delle proprie bimbe e scopriamo che ben il 92% dei padri appoggia le scelte delle proprie figlie. Certo non è ben chiaro come questo sondaggio sia stato realizzato, e non capiremo mai quali tipi di resistenze un padre potrebbe opporre alle scelte di una seienne (giocare a campana anziché a mosca cieca? La gonna rosa invece di quella panna? Chissà), ma l’obiettivo è stato perfettamente centrato.

Famiglia. Amore. Sostegno. Futuro. Ed una bionda che abbiamo sempre preso per scema, ma che evidentemente tanto scema non è.

(Immagini presi dalla pagina facebook di Barbie Italia. Tranne quella della mia faccia. Beh, quella è la mia faccia).

Il Fertility Day e la dissonanza cognitiva: un manuale per trasformare un’idea carina in una catastrofe comunicativa

Il Fertility Day e la dissonanza cognitiva: un manuale per trasformare un’idea carina in una catastrofe comunicativa

Lo giuro, sono confusa.

A fine agosto  il Ministero della Salute ha lanciato il cosiddetto Fertility Day, “punto centrale” recita il sito istituzionale “ delle iniziative previste dal Piano Nazionale della Fertilità per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema della prevenzione dell’infertilità e quindi della salute sessuale e riproduttiva di donne e uomini”. Idea encomiabile, se non fosse stata per l’atroce campagna di comunicazione che ne è scaturita. Donne che si accarezzano la bocca dello stomaco, rubinetti che perdono, bucce di banana e amanti giocolieri: il tutto condito da frasi rassicuranti come “OCCHIO CHE TE STAI A Fa VECCHIA!!!” “GUARDA CHE TE SE AMMOSCIA LA BANANA” “CHE BELLO FIGLIARE A 16 ANNI E RITORNARE IN DISCOTECA INSIEME ALLA TUA PROLE A QUARANTA!”.

Si è detto di tutto di questa campagna, giustamente bersagliata dal popolo di internet. Perché quindi parlarne ancora? Perché, come detto in apertura, sono confusa. Ma non (solo) per colpa mia.

L’oggetto della comunicazione in oggetto era uno, ed uno solo: “La salute riproduttiva della popolazione italiana”. Giusto? Sbagliato? A mio avviso, giusto. Innovativo? In un certo senso sì: se ci arrivo da sola che ubriacarmi tutte le sere non faccia benissimo alle mie ovaie, non è detto che sappia che attenzioni utilizzare con il mio corpo qualora decidessi di farmi ingravidare. Il fatto che si possa fare del sano sesso ricreativo senza desiderare di avere figli non nega una verità biologica fondamentale: ossia che, utero, ovaie e testicoli abbiano esattamente una potenzialità riproduttiva. Una potenzialità che può o meno essere espressa, ma che esiste, e che ci si augura funzioni al meglio quando e se ce ne sarà la necessità.

Cosa farei io se volessi fare una campagna di comunicazione sulla salute riproduttiva?

Direi alle ragazzine di farsi il pap test appena cominciano i rapporti sessuali. Inviterei all’uso del preservativo per evitare malattie sessualmente trasmissibili che – quelle sì – minacciano davvero la fertilità. Ricorderei che una gravidanza va programmata con un minimo di criterio, magari chiedendo qualche consiglio al medico. Ovviamente dando per scontato che sia solo una parte della popolazione a volere figli, o a poterne avere.

E invece?

Partire da una premessa ingiusta e continuare a sbagliare è nell’ordine delle cose.

Avere ottime motivazioni, un contenuto condivisibile, centinaia di migliaia di euro da investire e toppare tutto, tutto, ma proprio tutto è da guinness dei primati. Ed è esattamente il caso di cui ci stiamo occupando.

La campagna promossa dal Ministero della salute è un orrore dal punto di vista dello stile comunicativo, che si fa moraleggiante anziché informativo; è vagamente offensiva verso chi non può e non avere i figli quando parla del “Prestigio della Maternità” (e in effetti lo è anche verso i padri, ma non ho sentito troppe lamentele a riguardo); è un pasticcio per quanto concerne i contenuti, perché parte da una premessa (la prevenzione dell’infertilità) e ne sviluppa un’altra (la denatalità): infine, richiama il fascismo quel tanto che basta per farsi volere bene proprio da tutti.

Se dicessi ad una mia amica che non vuole avere figli “ma che dici! PREPARA UNA CULLA PER IL FUTURO! LA MATERNITÀ È UN BENE COMUNE!” mi picchierebbe.

Se ai tempi della scuola avessi fatto un tema sull’infertilità utilizzando come unica argomentazione “Scopate senza preservativo!” avrei preso un non classificato.

Purtroppo, qui non parliamo né di amici né di liceali, ma di professionisti, Cerchiamo quindi di capire dove hanno sbagliato: dal punto di vista psicologico, sociologico e comunicativo.

La dissonanza cognitiva: avresti anche ragione, ma…

La comunicazione, come ormai sa anche la nostra lavandaia, non si limita ad una semplice trasmissione di messaggi tra soggetto A e soggetto B: è una danza complicata di segnali verbali o non verbali, di interpretazioni, di contesti sociali specifici. Insomma, non siamo da soli in questa giungla di parole.

Paul Watzlawick ne La Pragmatica della Comunicazione Umana distingue nettamente il “contenuto” di una comunicazione dagli assunti relazionali in essa contenuti. Per farla breve: se ti chiedo con aggressività di portarmi il caffè lascio intendere che tra di noi ci sia una certa gerarchia, che ad una richiesta tutto sommato innocente faccia seguito un “sennò ti faccio vedere io”. Le relazioni spesso sono quelle che costruiamo noi, ma ancor di più sono in qualche modo “culturalmente determinate”.

Con il nostro capo possiamo essere più o meno formali, ma ci saranno dei paletti; con un fidanzato la confidenza fisica si trasforma anche in una certa libertà di linguaggio, and so on. Ovviamente, ci aspetteremo reazioni uguali e contrarie.

Ora, ci piace pensare che il Ministero della salute sia una garanzia per quanto riguarda il nostro benessere. Non ci aspettiamo una comunicazione sbarazzina. Non ci aspettiamo che ci faccia la morale. Ci aspettiamo che ci porti dei dati, e che da lì emergano delle inferenze corrette. Ci aspettiamo di essere informati, e giacché si tratta di un interlocutore autorevole, anche delle soluzioni ad una serie di problemi.

La campagna del Ministero non fa nulla di tutto questo: tenta la strada della simpatia, ma lo fa su un terreno che definire minato è dir poco, e per di più omettendo quelli che è il più grande ostacolo odierno alla genitorialità: un welfare praticamente assente.

Tantissime donne sono costrette a procrastinare la maternità per via dell’incertezza lavorativa?

“Corri, che tra un po’ il tuo tempo finirà!”

Ora, tutti noi sappiamo che prima si fanno i figli e meglio è (per quanto il mito dell’orologio biologico sia attualmente messo in discussione): ricordarlo con soldi pubblici, oltre ad essere uno spreco di risorse, è assolutamente inutile, perché ribadisce il già noto (anche a chi ad un figlio ha dovuto rinunciare).

Le mamme, le nonne non fanno che dircelo: perché il Ministero della Salute dovrebbe fare lo stesso?

Quindi abbiamo: un’affermazione formalmente corretta, anche se espressa in modo sgradevole; un ente esterno dal quale ci aspettiamo un certo tipo di comunicazioni, mentre ne arrivano altre; da una parte, la consapevolezza che un discorso sulla salute riproduttiva sarebbe opportuno, dall’altra la constatazione che è il nostro contesto storico ad impedirci un certo tipo di prospettive.

Questo ci fa sentire feriti, ma anche perplessi; nessuno ci sta dicendo cose false, eppure non hanno ragione loro. Questa sensazione di sfasamento si chiama in psicologia “dissonanza cognitiva”: una serie di affermazioni palesemente conflittuali tra loro e con il nostro sistema culturale vengono poste al centro del dibattito pubblico con una potenza di mezzi che neppure immaginiamo. Colpo da maestro, rievocare con motti come “Riscopriamo il prestigio della maternità!” un ventennio del quale nessuno ricorda cose bellissime. Insomma, se non puoi vincerli, confondili. Direi che ci sono riusciti.

La comunicazione paradossale: è difficile mantenere un figlio, quindi fai un figlio.

Ma quindi stai facendo anche tu il processo a quattro cartoline!”.

Lo ammetto, la tentazione ci sarebbe ma sono la prima ad ammettere che le premesse del Piano Nazionale della Fertilità sono ragionevoli, di buon senso. Sembrano le parole di tua zia, di un tuo professore “Per favorire la natalità, se da un lato è imprescindibile lo sviluppo di politiche intersettoriali e  interistituzionali a sostegno della Genitorialità, dall’altro sono indispensabili politiche sanitarie ed educative per la tutela della fertilità che siano in grado di migliorare le conoscenze dei cittadini al fine di promuoverne la consapevolezza e favorire il cambiamento”.

Occhei, va bene.  Sappiamo tutti che in Italia non nascono bambini, non ho bisogno di dati. Ma perché dovrebbe essere un mio problema? “La combinazione tra la persistente denatalità ed il progressivo aumento della longevità conducono a stimare che, nel 2050, la popolazione inattiva sarà in misura pari all’84% di quella attiva. Questo fenomeno inciderà sulla disponibilità di risorse in grado di sostenere l’attuale sistema di welfare, per effetto della crescita della popolazione anziana inattiva e della diminuzione della popolazione in età attiva”.

Ok, chiaro: ne va della mia pensione. E quindi? “Il peso della cura dei bambini è molto rilevante per le donne più istruite e con lavori di responsabilità che si confrontano con alti costi opportunità e si trovano a dover ridurre la loro attività lavorativa. Il ritardo alla nascita del primo figlio implica un minor spazio di tempo, ancora disponibile, per raggiungere il numero desiderato di figli”.

Ora, non so a voi, ma a me già sta venendo il mal di testa.

Al di là della confutabilità dell’assioma titolo di studio elevato = lavoro di prestigio – rispetto a questo siamo disincantati da parecchio – nonché del fatto che, traducendo letteralmente questo concetto, sembrerebbe che i lavori per i quali è richiesta la terza media rappresentino un viatico certo per la maternità (ma sti c…di padri dove sono, peraltro?), ci ritroviamo di fronte ad un dato di fatto:

è estremamente complicato gestire figli e lavoro contemporaneamente.

Qual è la soluzione? Fare figli!

In realtà, il Piano della Fertilità diffuso dal Ministero prevede una serie di interventi, alcuni puntuali, altri più discutibili, per informare uomini e donne sui propri organi riproduttivi. Certo, ti aspetteresti un piano di Welfare con asili nido e garanzie lavorative per le mamme, ma è pur sempre “solo” il Ministero della Salute.

A livello comunicativo tuttavia emerge solo l’aspetto paradossale della vicenda: una forte incongruenza tra il discorso esplicito ed il livello meta comunicativo che non solo suggerisce di far figli ma anche, come abbiamo già visto, lo fa in modo moraleggiante!

Se il Ministero fosse nostra madre, potremmo parlare di “doppio legame”: da una parte una figura a noi cara ci strizza l’occhio, ci fa capire che ci capisce, ci è vicina, MA nei modi e nelle riflessioni ad alta voce ci lascia intendere che siamo comunque dalla parte del torto. No buono.

Mittente, destinatario, messaggio: che casino!

Abbiamo visto che dal punto di vista psicologico – senza scomodare troppo i vissuti emotivi legati a certi temi – la campagna per il Fertility Day presenta qualche intoppo. Ma come comunicazione tutto bene, no?

E invece no. A parte che una buona comunicazione senza un po’ di attenzione alla psicologia non andrà mai lontano, ma appare assai evidente che alla base di una pessima campagna c’è quasi sempre un brief fatto con i piedi. Insomma, manco i compiti a casa fatti bene.

Vediamo quindi di contestualizzare il lavoro svolto.

  • Mittente: Ministero della Salute
  • Oggetto: “La salute riproduttiva della popolazione italiana”
  • Destinatari: Verosimilmente, chi vuole avere figli. Attenzione, questo passaggio è delicato ed è estremamente influenzato dal contesto sociale e culturale in cui siamo immersi. Seguitemi, e vedete se vi fila.
  • Contesto: Italia, anno 2016. Siamo un paese a natalità 0 ed assolutamente privo di garanzie per la maternità. Si fanno sempre meno figli e di solito in età avanzata. Abbiamo già riflettuto sulle implicazioni di questi processi,quindi sappiamo che si parla di un campo minato.
  • Messaggio: Fate figli per l’Italia!

A questo punto io alzerei la manina e chiederei: “ma quindi il problema è che la gente non riesce fisicamente a fare figli? Quindi avremo dati sulla sterilità nel piano del Ministero, giusto?”. Sbagliato!

“Avrete dialogato con delle coppie che stanno cercando di avere figli senza riuscirci…”.

Non pervenuto.

“Ma avrete dati…”.

“Certo, guarda qua! 1,3 figli per coppia in Italia!”.

Dati sulla natalità. Che possono essere ricollegati a problemi di sterilità, ma non possiamo sapere in quali termini. Non si fanno figli perché non ci si riesce? Perché non ci sono soldi? Perché non se ne vogliono? Non è dato saperlo. Quindi, che si fa?

Siccome volere è potere, si prova a convincere chi non ha ancora figli a provarci. Quindi, si cambiano a 180° i destinatari della campagna. Non parleremo con chi magari quelle informazioni le cerca, no! Ricorderemo a chi non può, o non ha intenzione di fare figli che la maternità è un bene comune!

Massì, ho 35 anni e nessuna intenzione di avere figli! Dimmelo, che sono manchevole verso il mio paese!

Hai proprio ragione, Bea! I miei spermatozoi sono flosci proprio come quella buccia di banana!

Quante coppie sarebbero state felici di essere coinvolte in una campagna informativa sulla fertilità? Tante.

Quante per una sulla natalità? Nessuna, se me la imposti così.

Insomma, se la mamma dei cretini è sempre incinta, magari è meglio non spingerla a continuare.